Public Enemy – What You Gonna Do When The Grid Goes Down?
Def Jam Recordings - 2020

Recensione: Public Enemy – What You Gonna Do When The Grid Goes Down?

La storia chiama, i Public Enemy rispondono con What You Gonna Do When The Grid Goes Down?

Tempo di campagna elettorale negli States. Il momento è delicato, perché in gioco è la possibilità di confermare per altri cinque anni al comando della nazione più potente del mondo un personaggio che ha dato ampia dimostrazione della sua inettitudine, della sua grettezza, della sua incapacità. A tutto ciò si aggiunga che il ciuffo biondo dell’attuale Mr. President sormonta una testa dove quei pochi pensieri che girano hanno anche una connotazione fortemente razzista, cosa che ha riportato di attualità un acceso e vibrante contrasto tra la comunità nera e la parte estremista, razzista e violenta della comunità bianca (purtroppo non così minoranza come si potrebbe pensare da quaggiù).

Public Enemy – What You Gonna Do When The Grid Goes Down?

Def Jam Recordings – 2020

In questo scenario da chiamata alle armi, a dare ancora voce alle rivendicazioni ed alle denunce della comunità black più marginale, quelle dei ghetti e dell’inferno delle case popolari, i famigerati tenements delle grandi metropoli americane, tornano in campo con What You Gonna Do When The Grid Goes Down? i Public Enemy  vecchi eroi della prima stagione d’oro del rap.

Il tempo sì è fermato: un bene o un male?

Tornano quindi Chuck D e Flavor Flav, a tre anni dal prescindibilissimo Nothing Is Quick In The Desert, spalleggiati da Khari Wynn e Dj Lord, e di nuovo (dopo vent’anni!) tra le accoglienti mura della Def Jam, con la produzione di DJ Premier. Tornano però in uno scenario dove la musica black, ed in particolare quella rap, è completamente cambiata all’incirca nell’ultimo lustro, con suoni che si sono fatti più rarefatti e rime che vengono scandite in modo meno incalzante, senza seguire il ritmo base del pezzo.

Di tutto questo i PE pare se ne strabattano e invece di cercare di adattare i loro suoni e le loro voci a questa nuova realtà, tirano fuori un disco che sembra uscito da una macchina del tempo, sparato dritto dritto dal 1989 o giù di lì. E quindi ecco i classici ritmi urbani sporchi, scratch appalla, sampler appiccicosi, il vocione di cartavetro di Chuck D (diciamocelo, resta sempre uno dei migliori), il birignao insolente di Flavor Flav, il tutto punteggiato da illustrissime ospitate, sempre nell’ottica del revival, con i suoni del bel tempo che fu. E quindi ecco il vecchio George Clinton, Cypress Hill, i Beastie Boys superstiti, Mike D e Ad-rock, i sodali Run-DMC, Nas e Ice-T. Insomma, lo sguardo è musicalmente voltato all’indietro, mentre i testi, come tradizione, sono di stretta attualità e colpiscono forte nel denunziare l’attuale stato della democrazia a stelle e strisce.

Shut The Fuck Up!

Il disco scorre, tra vari episodi ma, bisogna ammettere che di veramente indimenticabile c’è solo il singolo State of the Union (STFU), dove i nostri graffiano come ai vecchi tempi (“White house killer, dead in lifelines Vote this joke out, or die tryin’ Unprecedented, demented, many president’d Nazi Gestapo dictator defended… State of the Union, shut the fuck up Sorry ass motherfucker Stay away from me”), formulando un accorato appello al voto per tutta la comunità nera (storicamente poco partecipe alle tornate elettorali), su una base incalzante, con lampi di scratch dove le rime rotolano contagiose.

 

Oltre a questo, da rilevare una riedizione ed attualizzazione al 2020 del glorioso Fight The Power, con gli illustri feat di Nas, Black Thought, Rapsody, YG, Questlove e Jahi, però riuscire a rovinare uno dei più grandiosi capolavori di sempre era francamente impresa impossibile. Delude un po’ Public Enemy Number Won, dove la collaborazione dei Beasties superstiti lasciava presagire tuoni e fulmini, ed invece il brano è piatto e non colpisce.

Il resto del disco scorre poi senza particolari scossoni, con uno stile ed un suono datato a una trentina di anni fa; magari non si poteva chiedere più di tanto ai Public Enemy di ammodernarsi e di trasformarsi, ma di offrire pezzi di levatura un po’ più alta di quelli contenuti in What You Gonna Do When The Grid Goes Down? forse sì. Quello che comunque resta è il lodevolissimo spendersi per una causa nobile (cercare di non far rieleggere quel pagliaccio di Trump) e un singolo da mandare a memoria, che si spera possa essere un presagio di un reale ritorno con il botto per i nostri adorati Nemici Pubblici.

Public Enemy – What You Gonna Do When The Grid Goes Down?
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Franco Zucchermaglio

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Classe 1965, bolzanino di nascita, vive a Firenze dal 1985; è convinto che la migliore occupazione per l’uomo sia comprare ed ascoltare dischi; ritiene che Rolling Stones, Frank Zappa, Steely Dan, Miles Davis, Charlie Mingus e Thelonious Monk siano comunque ragioni sufficienti per vivere.

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