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Recensione: Royal Blood – Typhoons

Formula che funziona si cambia, ma poco, pensano i Royal Blood al terzo disco: Typhoons.

Sono tornati a far felici i fan del rock: Mike Kerr e Ben Thatcher, i Royal Blood, voce-basso-batteria, insolita formazione arrivata a scuotere la scena con i due primi album. Il nuovo si intitola Typhoons e sta già raccogliendo pareri positivi, nonostante qualche cambiamento.

Royal Blood – Typhoons

Warner Records – 2021

La ritmica è sempre in primo piano, così come i riff che si accavallano. I Royal Blood trovano nei festival la loro dimensione ideale ed è lì soprattutto che si sono creati un grande seguito, con una musica energica e tecnica sebbene priva di sottigliezze. Typhoons aggiunge a tratti, come nell’inziale Trouble’s Coming, un piglio dance, sottolineato dai tocchi di synth, suonati dallo stesso Kerr, che ritroviamo un po’ in tutto il disco.

I contenuti e la produzione

Più di due anni fa ho deciso di sistemare la mia vita e di disintossicarmi completamente. La mia vita era diventata ingestibile. Se non l’avessi fatto, questo album non esisterebbe insieme a molte altre cose a cui ho paura di pensare. Sono uscito dall’oscurità ed entrato nella luce e questo è esattamente ciò che rappresenta questo album. Non importa quanto sia brutta la tempesta, tutte le cose devono passare.

Così Mike Kerr annunciava alcuni dei temi presenti nel disco: la già citata Trouble’s Coming e la title track in effetti alludono alla lotta contro la tempesta interiore affrontata nel periodo che precede l’uscita di Typhoons, che è evidentemente un album molto personale per i Royal Blood dal momento che il duo suona e produce pressoché tutto. Fanno eccezione Who Needs Friends prodotta da Paul Epworth e Boilermaker, già ascoltata dal vivo e molto amata, che subisce un ‘trattamento Josh Homme‘, che produce e influenza non poco.

I difetti di Royal Blood – Typhoons

Come detto, il disco accatasta ritmo e riff, e questo fino alla conclusione con All We Have Is Now, ballata pianistica inattesa, celebrazione dell’amicizia fra Mike e Ben.

 

Rispetto ai due dischi precedenti dei Royal Blood manca però qualcosa a questo Typhoons: forse un rock meno squadrato e più sexy che veniva fuori a tratti in passato, e che qui è completamente abbandonato a vantaggio di una formula hard rock melodico con tocchi 80s che evidentemente non ha oggi molti rivali e che piace a un pubblico ampio. Il risultato è che, sebbene il disco non arrivi ai 40 minuti, a volte annoia. Si evidenziano alcune pecche del duo, a partire dalla voce dalle possibilità limitate di Kerr, trattata da un profluvio di effetti senza troppi benefici, per finire a una formula sonora certo energica, ma che, una volta sposata, sembra ripetersi tutto il tempo.

Royal Blood – Typhoons
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Marina Montesano

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Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. La foto del profilo dice da dove sono partita e le origini non si dimenticano; oggi ascolto molto hip-hop e sono curiosa verso tutte le nuove tendenze. Condividere gli ascolti con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

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