Rustin Man – Clockdust
Domino – 2020

Recensione: Rustin Man – Clockdust

Paul Webb dai Talk Talk a Rustin Man.

Rustin Man – Clockdust

Domino – 2020

Si potrebbe pensare che Paul Webb, in arte Rustin Man, ci abbia preso gusto a dare corpo alla propria carriera solista licenziando questo Clockdust a solo un anno di distanza dal precedente disco di esordio Drift Code. I due album infatti, seppur effettivamente molto diversi tra loro, sono nati contemporaneamente, figli di un progetto che inizialmente doveva portare ad un doppio album, ma che Webb ha poi deciso di diversificare in due uscite differenti. Scelta saggia effettivamente, perché sebben permanga di base il suo stile, ormai sempre più improntato a diventare il Robert Wyatt dei nostri giorni (in assenza dell’originale, che ha deciso di passare gli ultimi anni della propria vita a parlare di politica e non di musica), le canzoni che compongono le due opere seguono una ispirazione molto differente.

Rustin Man – Clockdust: un disco coraggioso

Così laddove Drift Code era introverso, intimista e in qualche modo figlio della vena malinconica e solitaria della musica indipendente di questi anni, Clockdust è un album coraggioso, aperto, persino romantico nelle liriche, e, in alcuni casi, decisamente più sperimentale e poliedrico del suo predecessore. La voglia di una sua versione più comunicativa e portata a raccontare storie, più che semplici sensazioni, è evidente anche nei due video che già accompagnano l’album, dove il regista sperimentale Edwin Burdis lo ha aiutato a imbastire una sorta di film (intitolato The Evening Rooms) in due capitoli (la jazzata Jackie’s Room e una Kinky Living che insegue Tom Waits) pregni di effetti, atmosfere decadenti e abiti da burlesque.

 

La varietà strumentale

L’album spende subito gli episodi più in linea con l’album precedente (Gold & Tinsel, o una Love Turn Her On con la sua bella esplosione elettrica nel finale), dopo una Carousel Days che insegue gli estetismi di Scott Walker, per poi prodigarsi in una variopinto mix di stili e influenze, compreso l’utilizzo di strumenti rari come l’Eufonio (che è una sorta di flicorno), l’Okonkolo (è una percussione di origine africana, utilizzata soprattutto nella musica cubana) e il Kokoriko (percussione di origine giapponese).

Non tutto funziona alla perfezione in Rustin Man – Clockdust

Il risultato è una tavolozza di suoni davvero piena, a volte fin troppo oserei dire. In un certo senso l’ascolto di questi due attesissimi album (in precedenza a suo nome era uscito solo l’ormai mitico album in coppia con Beth Gibbons dei Portishead, Out Of Season del 2002) confermano un talento che forse avrebbe potuto dire qualcosa di più molto prima (Webb ha comunque già 58 anni), ma ci parlano anche di una strada personale non ancora del tutto focalizzata.

È quasi come se in quei mesi di sessione che ne hanno dato origine, Rustin Man abbia cercato di metterci tutto quello che aveva in testa, dall’obliqua soundtrack orchestrale di Rubicon Song ad una Night In The Evening piena di effetti quasi da Dub music. L’essenzialità di fatto la ritrova solo alla fine, con la riflessione di Man With a Remedy, quasi a dire che dietro un quadro di suoni così barocchi e stordenti, c’è sempre lo stesso musicista che con i Talk Talk aveva insegnato il gusto dell’essenzialità al mondo.

Rustin Man – Clockdust
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Nicola Gervasini

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Scrive regolarmente di musica dal 1992 per varie testate e siti web di settore (Mucchio Selvaggio, Il Buscadero, Rootshighway, FilmTV). Nel 2009 il suo racconto La Pistola ha ottenuto la Menzione Speciale della Critica al Concorso Quaderni Rock del MEI. Nel 2010 ha pubblicato Rolling Vietnam – Radio-grafia di una guerra (Pacini Editore), nel 2017 il thriller Musical 80 (WLM).

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