Recensione: Sevdaliza – Shabrang

Seconda prova che conferma un grande talento: Sevdaliza – Shabrang.

Shabrang è l’aggettivo che in farsi sta a significare “del colore della notte”. È anche la parola scelta da Sevdaliza come titolo per il suo secondo album, pubblicato a fine agosto, a soli due anni di distanza dal magnifico Ison. Sevda Alizadeh, nota ai più con il nome Sevdaliza, una raffinata artista olandese dalle radici persiane, è da sempre immersa in una trama di sonorità r’n’ b, venate di vivaci nuances art pop.

Recensione: Sevdaliza – Shabrang
Twisted Elegance – 2020

Con Ison, nel 2018, aveva messo d’accordo pubblico e critica, regalandoci un lavoro elegante e complesso, che, assieme a preziosi intrecci musicali dalle cadenze sensuali e ombrose, ci aveva conquistato grazie a temi difficili e affascinanti, trascinandoci in un universo mistico e metafisico, fra trascendenza e reincarnazione.  Il plauso era stato pressoché universale. Non meno complesso, anche solo ad un primo ascolto, appare Shabrang: una preziosa raccolta di 15 tracce, per oltre un’ora di musica, con la quale la giovane musicista affronta ancora una volta senza remore, soggetti non meno rischiosi. La vita, la morte, il dolore, la perdita, la guarigione e il rinnovamento che evidentemente ne segue: sono il fil rouge che lega i brani scelti per l’album che non solo conferma il talento di Sevdaliza, ma mostra la crescita e la maturazione raggiunte dalla musicista in questi due anni.

La musica e i testi di Sevdaliza in Shabrang

È Joanna il titolo di apertura. Pubblicata a fine maggio come terzo estratto dall’album, è costruita attorno al dialogo di tastiere, sintetizzatori e violino, e racconta la storia d’amore di una creatura mitica e misteriosa. Sfumature orientaleggianti ci accompagnano nei meandri di una passione fatale e totalizzante.

Joanna, please stop loving me / I am too sensitive (I don’t need) / Joanna, darling, lift my spell /I dream in broken images (I don’t need)/ Joanna, with your folded cards /The narcissist woman (I don’t need) / Joanna, courteous clairvoyant /Please stop ruining me, woman udiamo nel ritornello, ed è da subito chiaro lo spirito che pervade un po’ tutto il lavoro.

Splendida la titletrack Shabrang. Nome preso in prestito da un poema farsi dell’XI secolo, ci racconta la malinconica e struggente fine di un’amore. Believe it or not / I refer to you as my holy sufferin’/ Don’t worry, I’m gone / I understand /It’s the skin that changes the most, canta Sevdaliza, con una voce calda e vibrante su una trama cupa e minacciosa di dubstep.

Uno sguardo alla tradizione persiana

Uno dei momenti più emozionanti e più riusciti  arriva con Gole Bi Goldoon, cover di un brano persiano degli anni 70, interpretato da Googoosh, una delle stelle più luminose del pop iraniano. Ennesima storia d’amore agli sgoccioli, che nella versione di Sevdaliza è spogliata dei tratti più folkloristici senza, per questo, nulla perdere del fascino originale. Ma non è il solo episodio rimarchevole. Fra gli altri, non posso non citare Oh My God, il primo singolo estratto dall’album, e il pezzo più politico  nel quale, con raffinatezza ma anche risolutamente, si accenna alle difficili relazioni attualmente in essere fra Iran e Stati Uniti.

 

Non meno riuscita Wallflower, un’altra traccia velatamente autobiografica, dal ritmo ipnotico e ossessivo. O la maliconica Darkest Hour, dominata dalle note del pianoforte a fare da sfondo all’emozionante vibrato di Sevdaliza. Infine, a chiudere l’album Comet, una struggente dichiarazione d’amore, illuminata come tutto l’album dal fraseggio ricco e raffinato della musicista persiana. Darling, the warmth that you spread / Is due to the cracks in your silhouette / Your shadow keeps them from the burn /Why don’t they learn? / You’re a comet, canta Sevdaliza. La chiusa perfetta di uno dei lavori migliori dell’anno.

Sevdaliza – Shabrang
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Di Mariangela Macocco

Milanese trapiantata a Parigi, fra filosofia e diritto, le mie giornate sono scandite dalla musica. Amo la Francia, il mare e il jazz. I miei gruppo preferiti ? I Beatles, i Radiohead, gli Interpol e gli Strokes.

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