Heliocentrics – Telemetric Sounds
Madlib Invazion – 2020

Recensione: The Heliocentrics – Telemetric Sounds

The Heliocentrics raddoppiano con Telemetric Sounds.

Heliocentrics – Telemetric Sounds

Madlib Invazion – 2020

Una straordinaria e vulcanica furia espressiva e comunicativa sembra percorrere le menti e i nervi dei musicisti del collettivo londinese The Heliocentrics, ad appena sei mesi di distanza dall’eccellente Infinity of Now, ecco infatti un altro disco di vulcanica esuberanza creativa come questo Telemetric Sounds, uscito sempre per l’etichetta losangelina di Madlib, uno degli esponenti più innovativi dell’hip hop contemporaneo. Chi si è accostato alla band durante i suoi vent’anni di attività sa che ci troviamo davanti a un ensemble che non teme certo di travalicare gli steccati fra i generi, e mescolarli. E se già il nome denuncia una filiazione dallo spiritual jazz di Sun Ra non mancano riferimenti alla psichedelia, al nu jazz, al kraut, tutto va bene per poter esprimere in musica un sentimento, un modo di vivere e affrontare la contemporaneità.

Un disco all’insegna di psichedelia, jazz, elettronica e percussioni

L’inizio è folgorante e, in certo modo sfibrante, i quasi quattordici minuti della title track iniziano nel contrasto fra ossessive percussioni industrial e suoni elettronici vintage e spaziali e prosegue funambolica in un’atmosfera cupa e inquieta, fra ritmiche martellanti e guizzi  psichedelici fino a che un drone di basso quantomai scuro ci prepara a un finale reso  caotico e angoscioso dall’elettronica. Devastation conferma la ritmica di stampo Can con il duo Malcolm Catto alla batteria e Jake Ferguson, le due menti del progetto, a guidare danze funk mentre fiati ed elettronica sprigionano furore. Come nella conclusiva Left To Our Own Devices una jam paranoica e tumultuosa dalla ritmica ossessiva, resa esplosiva da un coacervo strepitoso di distorsioni, dominata da una visione distopica e angosciante del tempo presente.

 

Le folate tempestose che aprono Space Cake ci introducono ai ritmi saltellanti e ai suoni elettronici vintage e bizzarri e alla recitazione  profeticamente aliena di Barbara Petkova, sembra quasi di essere piombati in un’allucinante film di fantascienza degli anni Cinquanta, ma gli ultracorpi stavolta non vengono dallo spazio: sono qui, sono quelli che detengono le leve del potere e schiacciano la nostra umanità. E il senso di distruzione, frammentazione si fa più forte nei ritmi alieni di Shattered Mind. Un magistrale giro di basso sorregge The Opening fra funk, psichedelia e richiami afro, ma in un’atmosfera vagamente apocalittica e futuristica.

Il talento di The Heliocentrics splende su Telemetric Sounds

Molto diverso dal precedente Infinity of Now immerso in un intrigante vortice funk psichedelico, questo Telemetric Sounds sposa invece atmosfere cupe e suoni inquieti, non rinunciando però al groove implacabile intriso di funk e debitore dei grandi Can che sono un po’ il moro marchio di fabbrica. D’altra parte gli Heliocentrics si confermano un talentuosissimo gruppo di musicisti che con fantasia e libertà creano una delle musiche più affascinanti e sorprendenti oggi in circolazione, basterebbero i poco meno di due minuti di furioso free di Reherseal 24 per convincersene, e dimostrano come sulle due sponde dell’Atlantico ci siano musicisti, da Matana Roberts a Shabaka Hutchings, che stanno rileggendo e contaminando il jazz e la black music rendendoli uno dei mezzi migliori per raccontare attraverso la musica quello che serpeggia nel mondo di oggi.

The Heliocentrics – Telemetric Sounds
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Ignazio Gulotta

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Nato nel 54 a Palermo, dal 73 vive a Pisa. Ha scritto di musica e libri per la rivista online Distorsioni, dedicandosi particolarmente alla world music, dopo aver lavorato nel cinema d’essai all’Atelier di Firenze adesso insegna lettere nella scuola media.

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