The Holy Family 2

Recensione: The Holy Family – The Holy Family

The Holy Family: un viaggio sonoro come quelli di una volta.

The Holy Family - The Holy Family

Rocket Recordings – 2021

 

Il disco d’esordio dei The Holy Family è un sorprendente trip in misteriose dimensioni sonore, un rituale lungo quasi 90 minuti il cui cerimoniere è David J. Smith, percussionista e polistrumentista già con Guapo e The Stargazer’s Assistant. I musicisti che lo coadiuvano vantano precedenti con band quali Gong, Coil, The Utopia Strong, Téléplasmite… trascorsi di tutto rispetto che garantiscono un elevatissimo livello tecnico e che ci accompagnano nei meandri del più creativo underground britannico, in cui dimora anche questo album, a cavallo fra avanguardia, progressive, wyrd folk, psichedelia con inflessioni space ed etniche.

La ‘pianta’ The Holy Family

The Holy Family è come una pianta saldamente ancorata alla madre terra, ma con lunghi rami protesi nell’universo. Le radici sono rappresentate dai richiami ad una matrice folk ancestrale, alla batteria si preferiscono percussioni che evocano facilmente l’immagine di riti esoterici consumati in oscure radure a risvegliare gli elementi della natura. Come nella mitologia lovecraftiana si dischiudono le porte di accesso ad un’altra realtà, che torna a noi simultaneamente dai più profondi spazi interstellari e da un passato remoto e dimenticato.

 

Alle canzoni si preferiscono brani dalla struttura più libera, aperta ed espansa. Le voci sono spesso riverberate, filtrate, sovrapposte, contribuiscono a creare uno straniante effetto drone, mischiate alle brume dei sintetizzatori, a suggestioni ambient e suoni organici, a volte salmodiano strani mantra e litanie. I fiati hanno voce pastorale come vecchie zampogne, arcana come ance sumere o come l’oboe incantato della Third Ear Band, bruciante come un sassofono free jazz, il flauto suona come lo strumento di Pan, o come il [la?] flute salad di Bloomdido dal pianeta Gong. Il basso disegna riff squadrati e ripetitivi che si accompagnano alle percussioni, ora monotone e implacabili come il tamburo di uno sciamano, ora poliritmiche e dissonanti.

Momenti più rarefatti (Chasm Second Part è un lungo e ipnotico OM) si alternano a crescendo di intensità pinkfloydiana (Stones to Water). Affiorano le estasi mistiche dei Popol Vuh (si viaggia molto in alto su Inward Turning Suns, siamo fra i bonzi del Tibet o sulle Ande degli incas?) i sabba dei Comus di First Utterance, l’umore decadente e crepuscolare di certo neofolk (St. Anthony’s Fire) , elettronica minimal e soffi kosmische(See, Hear, Smell, Taste), il cupo Zehul dei Magma (Chasm Second Part), venti del deserto, danze mediorientali, suggestioni quartomondiste.

Un disco proteiforme per una nuova prospettiva del mondo

Sono solo riferimenti arbitrari per un album che è, lo avrete capito, molto originale e difficile da inquadrare. Semmai la band denuncia in modo più evidente  influenze letterarie ed artistiche, quali il realismo magico di Angela Carter (il cui documentario televisivo The Holy Family Album) è la fonte di ispirazione di questo progetto) o il surrealismo di Dorothea Tanning. Di certo è musica dalla profondità e densità spirituali, capace di accompagnare la mente in un Altrove, per una salvifica evasione, e per inquadrare la realtà ed il mondo ordinari da una nuova prospettiva.

The Holy Family – The Holy Family
7,8 Voto Redattore
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Nasce a Savona nel 1966 e per il momento ancora vive. Ascolta musica voracemente e ne scrive a tempo perso. Ad una certa età pensa di sentirsi troppo vecchio per continuare a comprare dischi, ma rinsavisce in fretta e torna sulla retta via. Lavora come infermiere in terapia intensiva e durante la pandemia la musica lo aiuta a pensare a qualcosa che non sia il Covid-19.

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