The Stranglers - Dark Matters

The Stranglers salutano il loro pubblico con Dark Matters.

Capolinea. Arrivati a questo punto gli Stranglers hanno deciso di chiudere la loro ultradecennale carriera con Dark Matters, 18esimo album in studio che metterà d’accordo vecchi e nuovi ascoltatori ma che chiude definitivamente il capitolo.

I motivi sono, ahimè, noti… Parzialmente ripresi dalla defezione di Hugh Cornewell i rimanenti membri della band, dopo diversi cambi di cantanti, hanno portato avanti il marchio di fabbrica con albums certo non memorabili ma dedicati allo zoccolo duro del loro fan base. Si è poi ritirato il batterista Jet Black per limiti di età,  ma soprattutto per problemi respiratori importanti e, a maggio dell’anno scorso, il covid si è preso Dave Greenfield ovvero il marchio di fabbrica degli Stranglers per i suoi inimitabili ghirigori tastieristici. Rimasto quindi solamente il bassista J.J.Burnell e l’ultimo cantante assunto già più di un decennio fa, Baz, direi che la decisione di sciogliere la ditta sia più che mai opportuna. Il canto del cigno è dato quindi dal presente Dark Matters dove su undici pezzi Greenfield è ancora presente in otto e quindi il lavoro si pone anche come doveroso omaggio al compagno di viaggio che ha intrapreso ben altra destinazione e direi che tutto il lavoro rende finalmente onore al nome della band.

The Stranglers – Dark Matters: un commiato definitivo

Peculiarità del disco è riuscire a coniugare le note sonorità della band con affreschi sentimentali e nostalgici che comunque non sono mai mancati neppure nell’âge d’or della loro carriera. La partenza affidata a Water è assolutamente inclusiva e esaustiva sintesi delle peculiarità del gruppo, incipit introduttivo, aumento del ritmo e quelle tastiere la rendono già un instant classic. Segue poi This Song, cover di un brano dei Disciples Of Spess che già era strangleriana di suo e il primo omaggio al compagno dipartito And If You Should See Dave… Seguito dalla ballad If Something Gonna Kill Me che contiene addirittura accenni di synth pop come non se ne sentiva dagli anni 80, il testo è portato in tipico stile Cornwell ma lungi dall’imitazione. Sino ad ora la sensazione all’ascolto è piacevole e spesso proustiana ma andiamo avanti.

 

No Man’s Land sembra quasi uscita da La Foliè con il suo andamento sghembo e distonico e coro anthemico. The Lines è bizzarra intromissione acustica, bucolica e cantautorale, una scheggia breve e concisa che potrebbe essere prodromo del futuro di Burnell… Payday è impressionante per quanto sembri una outtake dei tempi d’oro. Down invece sposta nuovamente l’asse su un fronte intimista lontano dagli stilemi della band, che per fortuna si riprende con The Last Men On The Moon che pare quasi un tributo agli ultimi Damned. White Stallion è una pleonastica cavalcata, attenzione, quasi danzereccia, sembra proprio di tornare indietro in un tempo che spesso è solo nella nostra salvifica immaginazione. La chiusura è assegnata a Breathe, episodio atipicamente sospeso tra atmosfera sixties e apertura melodica destinata a far lacrimare i fans a quelli che saranno gli ultimi concerti.

Uno dei migliori commiati mai sentiti. Se ne vanno con un sussurro e un’esplosione. Long Live The Stranglers.

The Stranglers - Dark Matters
8,5 Voto Redattore
10 Voto Utenti (2 voti)
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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che , invece, i musicisti adorano.

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