RVG - Feral
Fire Records - 2020

Recensione: RVG – Feral

RVG – Feral: un disco vital-disperato

RVG - Feral

Fire Records – 2020

A due anni dall’acerbo e poco omogeneo disco di esordio A Quality Of Mercy il Gruppo di Romy Vager (perché questo significa RVG) ritorna con Feral, un lavoro a dir poco brillante, dal sound convincente e personale, grazie anche alla produzione di Victor Van Vugt (già all’opera con PJ Harvey e Nick Cave). Romy Vager e i tre disadattati (il look e la fichezza sembra essere l’ultima preoccupazione di questa band) che la accompagnano vengono da Melbourne, Australia, e la loro musica ha il magico tocco aussie che ebbero bands come i Go-Betweens, ossia la capacità di fare canzoni di indie-pop scintillante e malinconico fuori dal tempo e dalle mode, unita a testi mai banali, poetici e drammatici nella loro sincera semplicità, cantati anzi vissuti da Romy Vager.

RVG tra scintillio della musica e crudezza delle parole

Si sentono echi dei primi Smiths, dei Soft Boys (citati dallo stesso RVG), dei Church, dei primissimi Rem, echi che sostengono la voce baritonale (quasi maschile) e aspra della Vager. E’ affascinante e inquietante il contrasto fra lo scintillìo delle chitarre, il saltellare della parte ritmica (a volte quasi punk) e le parole: semplici, crude, drammatiche. Ogni canzone è un breve racconto in bilico fra disperazione e voglia di rivalsa, fra follia e senso dell’umorismo, fra la desolazione di una camera di motel e un paesaggio bellissimo che potremmo attraversare.

Il disco si apre con la magnifica Alexandra e le parole “Il prossimo lunedì mattina potreste trovarmi morta, potreste non trovare il mio corpo oppure trovare la mia testa dentro al lavandino o sotto al letto di un motel: questa è la vita che faccio”: benvenuti nel mondo del RVG. Asteroid, saltellando come un pezzo degli Housemartins, ci fa sapere che la protagonista sperava di poter vivere la sua vita dentro a una conchiglia che poi qualcuno ha dischiuso facendola cadere in un mondo in cui è necessario migliorare molte cose.

Inquietante il macabro e un po’ folle umorismo splatter di Christian Neurosurgeon: “Sono un neurochirurgo cristiano, mi sveglio la mattina, ti taglio e ti apro il cervello, poi vado a letto la sera e prego”.

Little Sharky & The White Pointer Sisters sembra un singolo felice degli Smiths o dei Go-Betweens, lo stesso dicasi per Help Somebody che però recita: “Non voglio restare qui fingendo di non marcire, non voglio parlare di cosa sia fascista o no, potrei stare a guardare l’inferno e i suoi difetti oppure impiegare la mia vita per una causa meritoria: voglio solo aiutare qualcuno, non voglio più essere cattiva”. I riff sono cristallini, la sezione ritmica diverte e fa battere il piedino, le note sono quasi gioiose, solari, ma in realtà è l’allegria della disperazione, della rabbia, del disagio da affrontare con l’amaro in bocca.

Le canzoni-capolavoro di Feral

Accompagnato da un dolente video di desolata poesia, I Used To Love You è un instant classic da amore finito, una canzone da mettere sul comodino del cuore insieme a The One I love dei REM. Romy Vager dal vivo non concede niente allo show tenendo gli occhi chiusi senza mai ammiccare al pubblico, canta e basta, concentrata sulle sue parole così dirette e dolorose: “Io ti amavo, ma ora non più, e non so perché. Le cose sono cambiate troppo per restare al tuo fianco. Non siamo più gli stessi, non siamo proprio più gli stessi”.

Nella rabbiosa e quasi punk Prima Donna una attrice sul viale del tramonto si rifiuta di tornare a recitare una sua vecchia parte.

Perfect Day è il secondo capolavoro del disco, un gioiellino fulminante, senza tempo, come un pezzo dei primi Church cantato da Courtney Love. “Un giorno miserabile. Guardo alla finestra e dico Che giorno meraviglioso. Perché non ho bisogno di sapere che il cielo è grigio e tutte le nuvole si sono radunate: hai troppe cose in ballo oggi. Lascia che immagini io per te la scena. Arriva un piccione, ti dirò che è una colomba. Butta la testa nella spazzatura: io dico che sta cercando amore. Voglio che tu veda le cose che penso che tu meriti. Non ti preoccupare di cosa succede fuori, ascoltami: oggi è un giorno perfetto”.

 

“Quando mi lasciasti mi fece soffrire il fatto di non averti lasciato prima io. Fingo che mi si spezzi il cuore ma dentro di me tutto quello che penso è Evvai, sono libera finalmente”: il sarcasmo di The Baby & The Bottle viene sparso come sale grosso su un delizioso dolce di pop chitarristico.

Conclude alla grande il disco Photograph, lento crescendo velvettiano fino al midollo. “Incornicia la foto di questo momento, appendila come un amuleto di buona fortuna, perché lo sai che le cose non sono così brutte come in fotografia”: da parte mia incornicio subito questo disco fra le 10 migliori uscite dell’annus horribilis che stiamo vivendo.

RVG - Feral
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Franco Zaio

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Ha iniziato ad ascoltare musica nel 1977 coi 45 giri di Clash e Sex Pistols. Primo concerto: Ramones, 1980. Nel 1983 inizia a fare musica e da allora ha suonato tutto lo scibile 'alternativo': anarcopunk, rock'n'roll, emo-pop, rock psichedelico. Ogni tanto pubblica album da solista one man band. Non si ritiene un critico musicale ma ha ascoltato e suonato talmente tanta musica che pensa di poter dire la sua, su Tomtomrock e su https://zaio.blogspot.com/.

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