articolo: Mercury Prize 2016. Un commento

Articolo: Mercury Prize 2016. Un commento

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Un breve commento si impone all’indomani dell’assegnazione del Mercury Prize 2016 e delle polemiche che hanno seguito la scelta della giuria.

Ricapitoliamo i fatti

A essere premiato, come tutti già sanno, è stato il disco di Skepta: Konnichiwa. In gara c’erano altri artisti emergenti, come Kano, Laura Mvula, Michael Kiwanuka. Figure della scena indie già bene affermate (Savages, Bat For Lashes, Anohni). C’erano poi almeno due nomi di immenso spicco: i Radiohead, più volte candidati, ma che sinora non hanno mai vinto. E soprattutto David Bowie per Blackstar, da tanti visto come scelta “necessaria” per la giuria. Senza dimenticare i 1975, versione finto-indie degli One Direction, scelti dal pubblico e presenti con una canzone che echeggia malamente Fame. Tutti gli altri dalla giuria secondo il regolamento di questo premio.

I Mercury Prize sono stati istituiti dal 1992 per premiare l’artista o la band dell’anno, con riferimento al Regno Unito e all’Irlanda. Nell’ultimo decennio almeno ha prevalso la politica di conferire il premio a giovani emergenti. Il che è stato spesso un volano per le loro carriere. Gli Arctic Monkeys nel 2006 per il loro disco d’esordio. Gli XX nel 2010, sempre per l’esordio. James Blake per Overgrown, il suo secondo. Gli Young Fathers due anni fa.

E’ anche evidente che molti di questi premi sono andati ad artisti che rappresentano un suono o un movimento o una tendenza nuovi.

Una scelta inattesa e non da tutti compresa

Quest’anno è toccato a Skepta. Esponente di un movimento, il grime, che sembrava in declino e che negli ultimi due anni è sembrato risorgere, grazie a lui e all’ottimo Kano. Che non ha vinto ma ha offerto una bellissima esibizione durante la serata di premiazione. Migliore di quella di Skepta.

Konnichiwa è un disco che è piaciuto molto quasi a tutti, che è sembrato mettere insieme potenzialità commerciali con spirito di indipendenza; e che rappresenta un suono urbano oggi in crescita; la risposta inglese all’hip-hop americano.

Jarvis Cocker, presidente della giuria, ha detto che lo stesso David Bowie avrebbe assegnato il premio a lui. Difficile saperlo. Ma proprio intorno alla mancata assegnazione del premio a Blackstar si sono sentite molte voci polemiche. E’ un grande disco (per chi scrive è già IL disco del 2016: e oltre). Sarà purtroppo l’ultimo per il più grande fra i nomi in lista (e molto oltre) e dunque avrebbe meritato senz’altro.

Perché non fare un’eccezione?

Magari facendo un’eccezione, com’era successo nel 2011 per PJ Harvey e il suo meraviglioso Let England Shake. L’unica ad aver vinto il Mercury due volte (la prima nel 2001). E sebbene non sappia le motivazioni dei giurati, è probabile che un disco fortemente politico incentrato sull’Inghilterra e le sue guerre abbia creato l’unanimità.

Tuttavia, per quanto una nuova eccezione sarebbe stata gradita, la selva di critiche che si sono sentite è ingiustificata. Sui forum in tanti si chiedono “ma chi è questo Skepta”, “non è vera musica come…”, “vedremo chi ne parlerà di qui a qualche anno” e così via.

Dimostrando una ristrettezza di vedute che è quanto di meno attinente alla vita e all’arte di David Bowie. Che è stato sempre il primo a interessarsi a tutti e a tutto, riuscendo probabilmente per la sua curiosità ad essere anche (quasi) sempre un passo avanti. Che durante la registrazione di Blackstar ascoltava, come si è letto, To Pimp A Butterfly di Kendrick Lamar. Spiazzando i suoi fan tradizionalisti, che dopo essersi domandati “ma chi è questo Kendrick” magari sono andati ad ascoltarsi uno dei dischi più significativi di questi ultimi anni.

Allora mi piace pensare che il senso delle parole di Jarvis Cocker sia stato questo: largo alle novità, che hanno più bisogno di essere premiate e di conseguenza scoperte. Magari ricordando che a Bowie dei premi è sempre importato poco. Non faceva musica per questo, come disse nel suo elegante rifiuto del titolo (ben più significativo del Mercury Prize) di Cavaliere della Corona.

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Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. Condividerla con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

Marina Montesano

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