Bob Dylan

Intervista: Bob Dylan nelle parole del romanziere Gianluca Morozzi

Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen.

Lui non lo sa. Però con Gianluca Morozzi – prolifico romanziere bolognese, tradotto in diverse lingue – io ho fatto a pugni, a debita distanza. Del suo libro “Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen” non mi convincevano l’assidua ricerca di battute a effetto, le strizzatine d’occhio al lettore. Così fino a pagina 200 circa, perché poi s’inventa una scena capolavoro in cui una macchina imbrattata di letame e un cellulare che non la smette mai di suonare diventano la scusa per una delle scene d’amore più surreali che mi sia mai capitato di leggere. E allora sì, lo ammetto, ho riso di gusto!

Bob Dylan

Il motivo per cui avevo acquistato il suo romanzo, comunque, stava tutto nel titolo e nella nostra comune passione per Bob Dylan. E da questo punto di vista il lavoro di Morozzi si è rivelato sorprendente. Le sue digressioni sul repertorio dylaniano sono davvero azzeccate, puntuali e intriganti. Meritano di essere approfondite, e allora perché non cogliere l’occasione dell’uscita di Rough And Rowdy Ways per intavolare una conversazione su Bob Dylan e il suo nuovo album?

 

Gianluca, come spiegheresti Rough and Rowdy Ways a una fan di Madonna e dei Queen?

A una generica fan di Madonna e/o dei Queen direi: purtroppo non sapremo mai cosa avrebbe fatto Freddie a 79 anni, Madonna forse nemmeno canterà più, a 79 anni, ma Bob Dylan, a 79 anni, ci ha donato l’ennesimo capolavoro della sua incredibile, gigantesca, leggendaria carriera. Alla specifica fan di Madonna e dei Queen che mi ha ispirato il romanzo dieci anni fa, ho mandato Key West su WhatsApp e lei mi ha risposto “il vecchio pazzo raglia meno del solito in questa canzone”. Ma era talmente bella che anche Bob Dylan stesso apprezzerebbe la risposta.

Suoni in una tribute band chiamata Street Legal dedicata a Bob Dylan. È un’esperienza che ti sta dando soddisfazioni? Che tipo di rapporto avete instaurato con chi vi segue?

La fortuna di suonare Dylan è che puoi reinterpretarlo con una certa libertà, visto che lui è il primo a farlo. Il dylaniano è abituato a farsi sorprendere dai nuovi arrangiamenti e non si aspetta il karaoke e l’esecuzione nota per nota. Noi siamo un quartetto semiacustico, due chitarre, un basso e un polistrumentista che suona un po’ di tutto, per cui qualche invenzione ce la possiamo permettere, come una Don’t Think Twice con fisarmonica che è uno dei nostri, diciamo, cavalli di battaglia.

Bob Dylan - Rough And Rowdy Ways

Sony Music – 2020

Abbiamo suonato da Torino a Lecce, da Udine a Polignano, e se da un lato c’è un po’ di gente che si sveglia solo se sente Like A Rolling Stone, dall’altra c’è il dylaniano che ti guarda pensando: vediamo se questi conoscono solo Blowin’ In The Wind, o Knockin’ On Heaven’s Door (quest’ultima l’abbiamo fatta solo una volta, improvvisata, su richiesta di un bambino di dieci anni ). Poi, visto che iniziamo sempre con You Ain’t Goin’ Nowhere e continuiamo con My Back Pages o One More Cup Of Coffee, si tranquillizzano. Ora veniamo da una lunga pausa visto che il cantante si è trasferito per lavoro a 400 chilometri da Bologna… tanto che, per un concerto in programma il 25 luglio, dovremo fare un paio di prove su Skype. Molto avventuroso, molto dylaniano.

Da musicista, diresti che c’è qualcosa di nuovo nel sound di Rough And Rowdy Ways rispetto agli album precedenti? Non sono musicista e non ho molto amato la cosiddetta parentesi “sinatriana”, ma ho come l’impressione che rivisitare gli “standard” abbia fatto bene a Dylan. Gli ha forse permesso di aggiungere uno strato ulteriore al suo già ricco repertorio?

Hai ragione. Io quella parentesi l’ho, diciamo, un po’ sopportata: non amo granché gli standard “sinatriani”, aspettavo un disco di canzoni nuove dopo Tempest, e quand’è arrivato Triplicate, lo ammetto, l’ho ascoltato solo per dovere. Non per questo non mi sono goduto le gemme sparse qua e là, su disco e dal vivo. Ma del resto sappiamo che non esiste nessun disco di Dylan che non contenga un capolavoro: ogni Knocked Out Loaded ha la sua Brownsville Girl.

Tutti i dischi di Dylan, come il buon vino, hanno bisogno di un periodo di decantazione per essere apprezzati appieno. Vorrei però che tu ci dicessi quali brani ti hanno colpito di più nel nuovo album, e per quale motivo.

Allora, la prima botta forte, l’equivalente di Not Dark Yet al primo ascolto di Time Out Of Mind o di Workingman’s Blues per Modern Times, è arrivata con Key West.  Quei momenti in cui ti domandi: ma come fa, alla sua età, dopo tutti questi dischi, a tirar fuori ancora una cosa così, una canzone talmente perfetta, magica, senza tempo…? E poi la risposta arriva facile facile: è Dylan. My Own Version Of You è la mia seconda favorita, al momento, anche per le stupende citazioni nel testo. E Black Rider, un Tom Waits fin dal titolo.   Ma lo saprò meglio tra qualche settimana, dopo ripetuti ascolti.

Nel libro tu dici giustamente che Dylan ha cambiato tipo di voce almeno cinque o sei volte nel corso dei decenni. Forse un giorno, fra qualche millennio, i ricercatori daranno vita ad una specie di “questione omerica” riguardante Dylan. Diranno forse che il canzoniere di Dylan era in realtà il lavoro di più persone, ritenendo impossibile che un uomo soltanto avesse potuto creare opere così disparate?

Beh, è come far leggere quattro storie a fumetti di Andrea Pazienza di stili del tutto diversi a un lettore ignaro, e poi spiegargli che sono opera della stessa persona. Stessa cosa vale per Neil Young, un genio è un genio. In una mia storia a fumetti contenuta in Hellzarockin’ (Tunuè) avevo dato una spiegazione fantascientifica ai cambi di voce: come in Doctor Who il protagonista è un alieno che a ogni morte si rigenera cambiando volto e personalità, anche Dylan è risorto da ogni misterioso incidente in moto o disastro domestico o attentato dalla John Birch Society cambiando stile e timbro vocale. Mi pare una spiegazione buona come un’altra!

A un certo punto del romanzo descrivi Dylan come un anticipatore del punk. Sostieni, per esempio, che la sua cover di Don’t Start Me Talking eseguita durante il David Letterman Show del 1984 rispondesse in pieno ai canoni del punk. In che senso?

Allora. Tu, Dylan, stai ritornando a farti vedere dal grande pubblico dopo la discussa parentesi religiosa. Devi promuovere Infidels, un grande album. Hai preso un trio post-punk per eseguire tre -canzoni-tre. Gliene hai fatte provare ottanta o giù di lì. Questi, poveretti, saranno già emozionatissimi per la diretta davanti a milioni di persone… e tu decidi all’ultimo momento di iniziare con un pezzo che avete provato mezza volta, a sorpresa. Questo è punk! Altro che le creste o gli spilloni! Promuovere un album uscito da poco, e farlo cantando una canzone non tua, sconosciuta al pubblico, vagamente nota alla band, neanche stessi improvvisando per scaldarti in sala prove!

 

Punk quasi quanto suonare una versione di Jokerman diversissima da quella dell’album ma molto bella, sbagliare armonica, lasciare il palco per andare a prendere quella giusta, abbandonando la tua terrorizzata band davanti alle telecamere per alcuni interminabili secondi. E comunque, anche la terza Newport o inciampare davanti al Papa sono cose molto punk, secondo me.

Deduco dalle tue pagine una grande ammirazione per Tony Garnier. Oltre a Dylan, hai voluto anche omaggiare, nel tuo romanzo, lo storico bassista che ormai lo accompagna fin dall’inizio del Never Ending Tour?

Tony Garnier è un eroe assoluto, anche perché in certe fasi non doveva essere facilissimo fare da tramite immediato al Dylan dei periodi peggiori alla band. E per resistere trentun anni accanto a Bob di fronte a certi fan pazzi che ben conosciamo, ecco, devi avere delle doti musicali, umane e, probabilmente, telepatiche che avrebbero reso pazzo qualunque altro bassista!

Non mi sembri un grande estimatore del cosiddetto periodo cristiano di Dylan, o sbaglio? In fondo, dici, si è trattato soltanto di una fase durata tre anni. Eppure ci sono dylanologi come Ian Bell e Phil Mason i quali sostengono che l’ispirazione religiosa di Dylan non è mai scemata, ha solo trovato nel corso del tempo un’espressione meno diretta e convenzionale del messaggio biblico. Ti ritroveresti in questa interpretazione?

Sì, hanno ragione, e ho sbagliato io ai tempi a non capire appieno quei dischi. Che tra l’altro musicalmente sono bellissimi (Slow Train in particolare), mi aveva solo un po’ allontanato il tono da predicatore invasato di certi testi. Ho fatto pace del tutto grazie all’uscita di Trouble No More, che mi ha fatto approfondire quel periodo che avevo un po’ trascurato. Ascoltare Dylan è come leggere Batman, un fumetto che esiste dal 1939: ci sono sempre dei periodi, dei cicli di storie, delle annate da riscoprire!

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Marco Zoppas

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Trevigiano di nascita e romano di adozione. Nel maggio 2016 ha pubblicato “Ballando con Mr D.” sulla figura di Bob Dylan, nel maggio 2018 “Da Omero al Rock”, e nel novembre 2019 “Twinology. Letteratura e rock nei misteri di Twin Peaks”.

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