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Articolo: DMX (18 dicembre 1970 – 9 aprile 2021)

DMX è morto.

Si intuiva già da alcuni giorni, da quando il 3 aprile scorso DMX, nato Earl Simmons, era stato ricoverato in coma in seguito a overdose: fra voci di morte e smentite, il 9 aprile se n’è andato e la notizia è stata ufficializzata ieri sera. Per quanti seguono l’hip-hop da anni, DMX era un nome noto, l’antitesi delle tendenze pop del rap di oggi. In realtà già all’origine del suo successo, alla fine degli anni ’90, si era imposto con uno stile in controtendenza rispetto a quanto lo circondava.

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Eravamo alla fine dell’età dell’oro del rap, Notorious B.I.G. era stato ucciso nel 1997, la costa est vedeva le classifiche guidate da Puff Daddy, l’astro Jay Z era in ascesa. Rispetto a tutti loro DMX proponeva qualcosa di differente: un flow grezzo, una voce gutturale, un rap hardcore proveniente direttamente dalla strada.

Born Loser

Aveva cominciato a 14 anni dopo (e durante) un’infanzia terribile passata a Yonkers (un comune dello stato di NY che confina con il Bronx) fra strada e istituzioni varie, dalle case di accoglienza al carcere, abbandonato dal padre e rigettato dalla madre. Una salute cagionevole, affetto da una grave forma di asma, aveva messo tutte queste esperienze nel primo tentativo di sfondare nel 1992, una Born Loser dal testo talmente forte da lasciare poche speranze:

Non ho un indirizzo, quindi non posso avere l’assistenza sociale / Mi hanno cacciato dal rifugio perché hanno detto che puzzavo / un po’ come un morto vivente e sembravo Helter Skelter / I miei vestiti sono così puzzolenti che mi fanno male alla salute / A volte di notte i miei pantaloni vanno in bagno da soli / Anche quando ero piccolo niente andava come volevo io / Venivo picchiato e cacciato a casa da scuola ogni giorno / E nonostante abbia vinto tutte le gare di spelling / Sulla mia pagella non ho preso F, ho preso Z / Ma per quelli che scelgono di sonnecchiare / sono nato senza speranza, non ho niente da perdere

Anche rispetto a fenomeni emergenti della scena di New York del tempo, come Mobb Deep e Wu-Tang Clan, DMX mostrava una vita in strada priva di qualsiasi mitologia, nella sua realtà più cruda e sgradevole.

1998

Il 1998 è stato l’anno di DMX. Il suo primo album su major label, It’s Dark and Hell Is Hot, che includeva il celebre singolo Ruff Ryders’ Anthem, fu pubblicato nel mese di maggio, debuttando al numero uno della classifica Billboard 200 negli Stati Uniti e vendendo oltre cinque milioni di copie.

 

Nel dicembre dello stesso anno DMX raddoppiò con Flesh of My Flesh, Blood of My Blood: altro debutto al numero uno, certificato quattro volte platino. La Ruff Ryders aveva anche Swizz Beatz, il suo produttore preferito, e Eve (che appare accanto a DMX nel pezzo e nel video), il cui talento emergeva negli stessi anni. Insomma, una nuova realtà dell’hip-hop, fiorita tutta in una volta. Nel 1999 Then There Was X è stato sei volte platino, proiettando DMX sul palco del redivivo Woodstock per un set ferocemente hardcore, accolto con entusiasmo e mosh pits da un pubblico immenso. Anche se ha pubblicato cinque album nei 15 anni successivi, compresi due che sono andati al numero 1 (The Great Depression del 2001 e The Grand Champ del 2003), la fama di DMX resta legata soprattutto ai dischi iniziali e a uno stile inconfondibile.

 

Quello che lascia

Per il resto, come spesso succede, i drammi dell’infanzia l’hanno inseguito per tutta la vita, mai tranquilla fra successi e arresti; così come l’ha inseguito la dipendenza dal crack, acquisita durante l’adolescenza, e che alla fine ha avuto la meglio su di lui. Lascia una quindicina di figli con donne diverse, lascia alcuni dischi fondamentali e alcuni testi che ancora sanguinano, lì dove racconta una realtà che pochi altri hanno avuto il coraggio di mostrare con tanta crudezza.

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Marina Montesano

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Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. La foto del profilo dice da dove sono partita e le origini non si dimenticano; oggi ascolto molto hip-hop e sono curiosa verso tutte le nuove tendenze. Condividere gli ascolti con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

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