Sakamoto

Diciamo addio, e grazie, a Ryuichi Sakamoto.

Il male che pareva esser stato fugato e che si è ripresentato agli inizi del 2023 in una nuova forma, il 28 marzo si è portato via Ryuichi Sakamoto ma, per le bizzarrie del web, lo abbiamo appreso solo ieri, 2 aprile. Sakamoto era ormai stato consacrato come uno degli innovatori nel campo della musica elettronica e uno dei maestri neoclassici per le sue composizioni al pianoforte ma era tanto, tanto altro.

La Yellow Magic Orchestra

Il primo approccio con la sua musica lo ebbi rimanendo folgorato da quella follia che fu il primo album della Yellow Magic Orchestra, il cui batterista Yukihiro Takahashi ha preceduto Ryuichi nell’ascesa a un Olimpo per entrambi degno. In quel disco si esprimeva una perfetta fusione tra la musica popolare giapponese e asiatica in generale con intuizioni debitrici al suono Kraftwerk, si citava il Pachinko con il suoi primevi suonini elettronici e si celebravano nel brano di apertura i mortaretti, anche se Firecraker suona molto meglio. A quel lavoro del 1978 seguirono altri otto album, una pletora di live e diverse reunion, ma è nel lanciarsi nell’avventura solista che Sakamoto esplora, letteralmente, un intero globo di esperienze che lo renderanno quel che fu e che continuerà ad essere.

Forbidden Colors

Ricordo con affetto le collaborazioni con David Sylvian nelle case di Bamboo e, come chiunque, quella Forbidden Colors tratta da Furyo di Oshima (per tutti Merry Christmas Mr. Lawrence) in cui si anticipavano, sia nel film che nelle musiche, tematiche attualissime, e che lo vide anche in veste di attore innamorarsi del prigioniero Bowie. E ricordo anche la collaborazione con Thomas Dolby in Fieldwork, ecco, questi primi approcci che molti conobbero su MTV furono un notevole biglietto da visita per scoprire sia i suoi lavori da solista che della band, diventata nel frattempo YMO.

Ryuichi Sakamoto solista

Nei suoi primi lavori solisti il jazz prende più spazio che non nei dischi della YMO per poi assumere un linguaggio sonoro universale con un pop dalle influenze etno e in cui le collaborazioni non si contano. Citerò per brevità Adrian Belew, ma anche Robert Wyatt e Arto Lindsay e persino Iggy Pop, in un serie di dischi dal forte appeal anche da questa parte del pianeta.

Più avanti esplorerà persino la musica brasiliana con Jaques Morelenbaum in un paio di album stratosferici mentre, nel mezzo, diverrà notissimo premio oscar per la colonna sonora de L’ultimo Imperatore, scritta insieme a David Byrne e a cui seguiranno una numerosa serie di altre soundtracks, e si dedicherà persino alla analisi del Glitch insieme ad Alva Noto e Fennesz, oltre a proseguire ricerche in campo classico. Da non dimenticare che in questi ultimi anni è divenuto anche un sostenitore contro il nucleare, impegno che è viene mostrato nel documentario del 2017, CODA.

L’ultima opera di Ryuichi Sakamoto si intitola 12

Sakamoto rimane quindi esempio raro di completa apertura mentale alle musiche di ovunque, rigore sposato talvolta a sperimentazione, follie techno-pop e capolavori ambient in una discografia sterminata di oltre 70 emissioni.

Siccome mi è stato chiesto un ricordo non mi dilungo oltre e non posso che concludere che l’ascolto più recente è di pochi mesi fa, quel diario in note che è 12 e che in casa ha passato reiterati ascolti e, infine, che pareva esser rinascita e liberazione e che invece ne diviene testamento degnissimo.

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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che , invece, i musicisti adorano.

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