PJ Harvey - To Bring You My Love Demos

Articolo: PJ Harvey – To Bring You My Love Demos

Dopo le tante novità di questi anni, PJ Harvey si volge al passato con To Bring You My Love Demos.

Chi come il sottoscritto si interroga, con crescente impazienza, su quale strada imboccherà Polly Jean Harvey dopo The Hope Six Demolition Project, al contempo duro e impietoso morso sferrato all’inguine del sistema sociale americano e navigazione conradiana nei mari della sofferenza e delle molto vaste colpe dell’Occidente, dal Kosovo all’Afghanistan, si trova in serie ambasce. Contrastanti le tracce che PJ ha lasciato dietro di sé; divinare è arduo, soprattutto sul futuro di un’artista solita a muoversi per strattoni e scarti violenti, non sbagliando mai.

PJ Harvey - To Bring You My Love Demos

Gli ultimi quattro anni ci lasciano davanti ad un diabolico e suggestivo groviglio. Da un lato, il bellissimo documentario sulla lavorazione dell’album del 2016, A Dog Called Money, anticipato nel 2017 dal singolo A Dog Called Money /I’ll Be Waiting, che già mescolava le carte: lato A tutto dentro il mondo sonoro di The Hope Six Demolition Project, B-side – per nulla minore – calata nel mondo acustico di White Chalk.

Le colonne sonore

A quel raccolto universo sonoro riconduce la music for films per All About Eve, del 2019, nelle cui espressioni più compiute – il levigato e liquido pianissimo di The Sandman e The Moth – si rintracciano suggestive molliche di pane che risalgono al più raffinato intimismo dikinsoniano di White Chalk. Non si fa a tempo a pensare di aver intravisto la luce, già ci pare di vedere completarsi una tela di ragno tessuta con l’austera e limpida An Acre Of Land (tema musicale del film Dark River, e singolo del 2018) e con l’aerea levità di Red Right Hand, inclusa nella colonna sonora originale della serie Peaky Blinders (2019), che The Crowded Cell –  sempre del 2019scombina di nuovo i piani, ricamata com’è dello splendido tessuto percussivo di THSDP e assestata lungo l’asse musicale su cui ruota The Camp, lo splendido duetto con Ramy Essam che risale al 2017.

PJ Harvey – To Bring You My Love Demos

Preso atto, dopo rapida e certo incompleta disamina, di non capirci gran che, mi rassegno ad aspettare, dato che PJ, per consolarci della sua relativa assenza, ci regala, di pari passo ad un progetto di ristampa e revisione del suo passato musicale e di restauro dei suoi video, la sistematica pubblicazione dei suoi demos. In questo 2020, dopo Dry è la volta di To Bring You My Love, la cui pubblicazione cade sotto auspici assai felici: disco di svolta, per lei e per la musica di fine millennio, To Bring You My Love compie venticinque anni (che paiono un secolo) ed i suoi ‘avantesti’ – a differenza dei demos di Dry e Rid Of Me – erano fino ad oggi completamente inediti. Lo scorso 14 settembre, sul proprio profilo social l’artista del Dorset, quale raffinata anteprima della pubblicazione, utile più di mille parole per portarci dentro ad un disco epocale e, ci piace pensare, un po’ dentro l’anima di PJ, sapientemente avvolta in cortine fumogene di nascondimento, ha commentato così la foto pubblicata:

A photo of me taken at the time I was writing To Bring You My Love, lying beside Flannery O’Connor’s ‘Wiseblood’, my notepad and my headphones. This book was a huge influence on my writing as I began to explore story-telling through song”.

 

PJ e Flannery

 

Non si saprebbero definire meglio che “story-telling through song” i testi – duri, violenti ed eccessivi – di To Bring You My Love. Lo spirito indomito, l’afflato ideale inappagato, la violenza sulla terra, la consapevolezza della colpa e del dolore che furono della più grande scrittrice del profondo sud degli States – quella Flannery O’Connor che bambina conobbe un minuto di celebrità per aver educato un pollo a camminare a retromarcia – delimitano con forza l’orizzonte ideale di un mondo accartocciato dal Male, che trova cittadinanza in un lavoro in anticipo di un anno sulle narrazioni insanguinate e perverse delle Murder Ballads di Nick Cave.

Il fascino del non finito

Suggestivo ascoltare oggi, un quarto di secolo dopo, il sapore ruvido e destrutturato del non finito che emana dai demos di To Bring You My Love, che ci confermano come la sostanza dell’album non abbia ceduto di un millimetro a quell’ingrato del tempo che passa. Esperito però un primo ascolto feticistico – doveroso e assai gratificante – non possono non colpire tanto la sostanziale omogeneità del lavoro preparatorio (avanzatissimo) rispetto a quello edito, quanto la sua – e sia detto a somma gloria di Polly Janenetta inferiorità estetica.

Sì, perché la musica latamente riconducibile sotto l’etichetta di pop è un prodotto sofisticato e strutturato, in cui gli arrangiamenti, la produzione, lo studio di registrazione – soprattutto quando maniacalmente curati e sovrintesi dalla titolare della ditta –  sono variabili con un peso specifico pari a quello del piombo nel determinare l’atmosfera, il colore ed i colori di una canzone come di un intero lavoro. Nel bene e nel male.

To Bring You My Love ci viene offerto qui nel bianco e nero di una fotografia virata seppia. Non è uno schizzo, ma un puntiglioso lavoro preparatorio a carboncino che aspetta, sul cavalletto, soltanto l’ultima mano. Stesse canzoni e stesso ordine che nella versione edita, ma senza gli archi, il pianoforte, la meticolosa elaborazione ritmica e percussiva della versione finita, con un impiego dell’organo (strumento per antonomasia della versione a stampa) sensibilmente ridotto, è il clima dell’intero lavoro a subire una vera e propria fade to grey.

The Dancer vale il disco

In questo universo d’inchiostro due ci paiono le increspature più evidenti, gli scarti maggiormente in rilievo. L’iniziale To Bring You My Love, più scura, nera, pastosa e vicina al mondo oscuro e piovoso di Nick Cave che nel disco, e soprattutto The Dancer, la quale, se cede in accumulo di tensione, mette a nudo un inaspettato scheletro originario di flamenco, ritmato da chitarra acustica e battito di mani. A fare maggiormente le spese della cancellazione del make-up sono prevedibilmente le altre due grandi canzoni del disco, Down By The Water e C’mon Billy, al pathos delle quali la perfetta rifinitura degli archi e la calibrata misura degli arrangiamenti contribuiscono in modo essenziale.

To Bring You My Love Demos

Continuiamo, dunque, ad aspettare di conoscere cosa ci riserva la nostra Regina della Notte in – un si spera assai prossimo – futuro. Ci invita a farlo, a suo modo, lei stessa: suggerendoci una grande lettura e mettendoci davanti ad una grande e semplice verità: è il proverbiale abito che può fare il monaco.

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Enio Bruschi

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Ha iniziato ad ascoltare musica nel 1984. Clash, Sex Pistols, Who e Bowie fin da subito i grandi amori. Primo concerto visto: Eric Clapton, 5 novembre 1985, ed a seguire migliaia di ascolti: punk, post punk, glam, country rock, i pertugi più oscuri della psichedelia, i freddi meandri del krautrock e del gotico, la suggestione continua dell’american music. Spiccata e coltivata la propensione per l’estremo e finanche per l’informe, selettive e meditate le concessioni al progressive. L’altra metà del cuore è per i manoscritti, la musica antica e l’opera lirica. Tutt’altro che un critico musicale, arriva alla scrittura rock dalla saggistica filologica. Traduce Rimbaud.

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