Beth Orton a Villa Bombrini, Genova, 31 luglio 2026.
Beth Orton arriva a Genova per la XV edizione di Lilith – Festival della Musica d’ Autrice, una delle due sole date italiane dell’estate (l’altra sarà a Cagliari il 4 settembre). La musicista londinese sta vivendo una sorta di rinascita artistica, iniziata con Weather Alive (2022) e confermata da The Ground Above, uscito pochi mesi fa, e c’era molta curiosità nel vederla in versione più raccolta rispetto a quella di studio: ad accompagnarla c’è solo il marito Sam Amidon, statunitense dall’apprezzabile curriculum come solista.
Un concerto aspro, specie nei primi momenti
Soprattutto a inizio serata Beth si propone come un unico, grande chiaroscuro. Sorride spesso, prova a dire qualche parola in italiano, è contenta di vedere la luna sopra gli alberi perché “ieri sera il cielo era coperto”, in tono gentile si scusa se sarà un po’ emozionata – dopo 30 anni di carriera! – nel presentare i pezzi più recenti. Ma quando si siede al piano elettrico per attaccare Friday Night (da Weather Alive) è come se si trasfigurasse e mostrasse la carne viva dei sentimenti, anche perché la voce è roca, lacerata, sofferente.
Tutta la prima parte dell’esibizione si muove in una luce suggestivamente diafana, anche quando entra in scena Amidon e i brani sono suonati con due chitarre acustiche in una dimensione dark-folk che fa pensare a Gillian Welch e Dave Rawlings.
Beth Orton quasi si rasserena nella seconda parte
Senza mai diventare davvero solare, il concerto a poco a poco si rasserena e diventa più bilanciato a livello di sentimenti (c’è sofferenza, ma si prova a uscirne) a partire da Otherside, arrangiata con il banjo, e Call Me The Breeze che si apre melodicamente fino a una dimensione quasi da inno. Stupisce la versione dell’ormai antica hit She Cries Your Name, chiara dimostrazione di come la folktronica di inizio carriera abbia del tutto perso la componente tronica, mentre il gioco di incastri delle chitarre acustiche sembra ammiccare al ‘blues barocco’ di Bert Jansch e John Renbourn,
Intanto la voce di Beth è come se avesse sciolto i suoi nodi e lo dimostra un’emozionante versione solo di The Ground Above, potente, viscerale e non inferiore a quella in crescendo strumentale dell’album. L’interscambio fra passato e presente prosegue con da una parte Pass In Time (dedicata a Glen Hansard) e Safe In Your Arms e, dall’altra, due momenti forti degli ultimi lavori, Waiting e Lonely. Prima della fine c’è anche lo spazio per un brano solista di Amidon, la filastrocca folk Johanna The Row-di.

Un’esibizione emozionante
Quello di Beth Orton non è un concerto facile. Come detto nella recensione di The Ground Above, le sue canzoni possono far pensare a blocchi marmorei da cui emergono a poco a poco figure riconoscibili (e molto belle). Chiaro che in questa dimensione più parca strumentalmente la sgrossatura emotiva da parte di chi ascolta possa essere faticosa. Anche se la naturale intensità della musicista inglese è subito chiara a chiunque. Un modo diverso, e oggi atipico, di essere coinvolgenti.
Le foto sono di Fausto Meirana.

