Geese

I Geese in concerto per due sere a Parigi

La Cigale è esaurita da tempo, tanto da indurre i Geese ad aggiungere un secondo concerto al Bataclan la sera precedente, con i biglietti partiti ancora più in fretta. Segno che attorno ai Geese si è formato in pochi mesi un entusiasmo raro per una giovane band rock. Dalla pubblicazione, alla fine di settembre, del loro terzo album Getting Killed, i segnali di una crescita improvvisa si sono moltiplicati: recensioni entusiaste, un passaggio molto commentato alla televisione americana e un’attenzione critica che raramente si vede oggi per un gruppo di chitarre.

Le attese

Le etichette, inevitabilmente, si sono sprecate. Alcuni hanno parlato di nuovi eredi dei Sonic Youth, altri hanno preferito collocarli nella grande tradizione dell’indie-rock degli anni Novanta, sottolineando la combinazione di energia, scrittura nervosa e improvvise deviazioni sperimentali che attraversa le loro canzoni. Ma al di là delle genealogie più o meno convincenti, il dato è evidente: Geese è diventato in pochissimo tempo uno dei gruppi più discussi della scena rock contemporanea.

La serata del 7 marzo alla Cigale sembra dunque destinata a funzionare come un banco di prova decisivo. Dentro la sala parigina si percepisce un’attesa quasi febbrile. La platea è composta in larga maggioranza da ventenni – o poco più – e il pubblico ha un carattere internazionale. Alle magliette della band indossate da molti, si aggiungono quelle di Bob Dylan (un ragazzo accanto a me), dei Can e persino degli Who. Perché uno dei segnali del successo dei Geese sta nel coniugare, con originalità, classic rock e indie.

I Westside Cowboy fanno da spalla

Prima dell’ingresso della band newyorkese, la serata è affidata a un gruppo di supporto che merita almeno una menzione: Westside Cowboy. Il quartetto inglese, proveniente da Manchester, è una delle giovani formazioni più chiacchierate dell’ultima stagione alternativa. La loro musica è stata definita dagli stessi membri con un termine curioso – “Britainamericana” – a indicare un incrocio tra pop britannico, accenti indie e suggestioni che guardano alla tradizione americana, tra power pop e un’Americana filtrata attraverso sensibilità britanniche. Trenta minuti serrati, suonati quasi senza pause, con chitarre incandescenti e armonie vocali che danno ai brani una dinamica più complessa di quanto suggeriscano le melodie apparentemente semplici. Non sorprende quindi che molti spettatori presenti alla Cigale siano arrivati presto anche per assistere alla loro esibizione.

Westside Cowboy
Westside Cowboy

Cameron Winter protagonista

Quando le luci si spengono e i cinque musicisti salgono sul palco – il quartetto originario affiancato dal tastierista Sam Revaz – tutti gli sguardi convergono immediatamente su Cameron Winter. Il cantante possiede una presenza scenica difficile da ignorare: una voce nasale ma capace di improvvise impennate, una gestualità nervosa, quasi teatrale, e quel modo di oscillare tra ironia e tensione emotiva che rende imprevedibile ogni suo movimento.

L’inizio del concerto è affidato a Husbands, con il pubblico che canta strofa dopo strofa: il brano che cresce lentamente fino a trasformarsi in una tensione sonora compatta. La cifra del gruppo è già tutta lì: chitarre oblique, una sezione ritmica estremamente precisa e melodie che emergono quasi per sorpresa dentro strutture apparentemente caotiche.

Senza pause arriva Getting Killed, che accende immediatamente la sala. Una parte del pubblico si incarica dei cori del ritornello mentre nella parte centrale della platea compaiono i primi mosh pits, che si ripeteranno spesso. Sul palco la macchina del gruppo funziona con una sicurezza impressionante: la batteria di Max Bassin martella con precisione chirurgica, la chitarra di Emily Green taglia il suono con riff angolari, e Dominic DiGesu tiene tutto insieme con una linea di basso elastica ma solidissima.

Il concerto procede con Islands of Men, accolta con entusiasmo immediato: il riff principale viene urlato dalla sala come se fosse già un classico. Poco dopo arriva 100 Horses, che rappresenta uno dei primi momenti di vera esplosione collettiva. La tensione accumulata fino a quel punto si trasforma in una scarica quasi fisica.

Dopo questa sequenza intensa, Half Real introduce una breve sospensione. La canzone rallenta il ritmo e lascia spazio alla voce di Winter, che si muove tra registri più delicati, creando una sorta di pausa emotiva prima che il concerto riparta con forza.

Il momento successivo è affidato a 2122, uno dei brani più irregolari del repertorio del gruppo. Dal vivo viene trasformato in una lunga deviazione rock, arricchita da una jam che richiama apertamente lo spirito dei The Stooges e del loro leggendario Fun House. L’effetto è volutamente disordinato, ma anche estremamente energico.

Arrivano gli highlights

Cobra e Bow Down (decisamente la mia preferita su disco, e il live conferma) innescano un pogo continuo nella parte centrale della platea, mentre sul palco la band sembra spingere il volume e l’intensità un gradino più in alto.

Due dei momenti più attesi arrivano subito dopo. Au Pays du Cocaine, che su disco ha quasi il carattere di una ballata, dal vivo si trasforma in una costruzione vertiginosa, con la batteria che accelera progressivamente fino a trascinare la sala in un crescendo quasi ipnotico. Subito dopo Taxes diventa uno dei momenti più partecipati della serata: il pubblico canta in coro il ritornello con entusiasmo quasi ironico.

Il concerto si avvia alla conclusione con Long Island City Here I Come, brano contorto e ambizioso che chiude anche l’album. Winter si sposta per un momento alle tastiere, mentre la canzone si sviluppa in una lunga jam nervosa.

Dopo una breve uscita dal palco arriva il momento del bis. Il gruppo torna per un solo pezzo, Trinidad, richiesto a gran voce da alcuni fan già dall’inizio della serata. Bastano poche note perché la sala esploda di nuovo. Winter urla il ritornello con un’intensità quasi catartica e la Cigale sembra trasformarsi in un’unica massa in movimento.

I Geese in concerto confermano l’hype

Il concerto termina dopo poco più di un’ora, senza grandi discorsi né concessioni spettacolari, decisamente più muscolare della versione dei Geese in studio. Ma forse è proprio questa essenzialità a rendere l’esperienza così convincente.

Uscendo nella notte parigina resta una sensazione molto chiara: quella di aver assistito a uno di quei momenti in cui una band sembra allinearsi perfettamente con il proprio pubblico. Se l’entusiasmo che li circonda durerà o meno lo dirà il tempo.

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Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. La foto del profilo dice da dove sono partita e le origini non si dimenticano; oggi ascolto molto hip-hop e sono curiosa verso tutte le nuove tendenze. Condividere gli ascolti con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

Di Marina Montesano

Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. La foto del profilo dice da dove sono partita e le origini non si dimenticano; oggi ascolto molto hip-hop e sono curiosa verso tutte le nuove tendenze. Condividere gli ascolti con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

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