King Krule - You Heat Me Up, You Cool Me Down

You Heat Me Up, You Cool Me Down: King Krule spiega come si fa un disco live

King Krule - You Heat Me Up, You Cool Me Down
XL Recordings

King Krule ha ventisette anni, i capelli rossi, la faccia strafottente di chi ha trascorso quella che si definisce un’infanzia burrascosa. E di chi, quando di anni ne aveva diciannove, ha esordito con una delle più importanti etichette indipendenti, la stessa con cui ancora incide, con uno di quei dischi il cui successo rischia di seppellirti per sempre.

You Heat Me Up, You Cool Me Down: un live davvero live

E invece eccolo al suo quinto album primo dal vivo, escludendo le 350 copie di Live On The Moon nel 2018. Ovviamente si tratta di registrazioni risalenti al 2020, un tour programmato a sostegno di Man Alive!, interrotto dopo sei spettacoli per i motivi che tutti conosciamo. Accompagnato da una fidata band di cinque elementi (tra cui spicca il sax di Ignacio Salvadores) il nostro ripercorre equamente le sue precedenti produzioni, ad esclusione di A New Place 2 Drown del 2015, uscito a suo nome, Archy Marshall, e non con lo pseudonimo di King Krule.

 

Da subito le riletture dei suoi brani più famosi (Rock Bottom in testa, pubblicato solo come singolo nel 2012) assumono una nuova veste, inevitabilmente più febbrile, intensa. La registrazione ci porta, se non sul palco, almeno sotto, tra il pubblico che vediamo scagliarsi sulle note di Half Man Half Shark, ma anche rilassarsi con ballad come Baby Blue o Perfecto Miserable. Lui, un erede aggiornato di Tom Waits che ha consumato i dischi di Billy Bragg e dei Clash, si diverte a giocare con l’elettronica e con gli altri mille rimandi a cui potremmo avvicinarlo (ma senza mai centrarlo). E qui ci vorrebbe un’altra parentesi per il rimpianto di non ascoltare su disco le cover di Lounge Lizards e Pixies eseguite dal vivo (tanto per citare altre due influenze).

King Krule e il suo pubblico

La sensazione è che piaccia tanto ai suoi coetanei, oltre che per gli ovvi motivi anagrafici, anche per la capacità di assomigliare così tanto a una playlist di Spotify in cui la ribellione degli anni ‘50 convive serenamente con lo sberleffo punk di trent’anni dopo o con il grunge del sempre evocato Kurt Cobain. Soul, jazz, funk, si susseguono senza mai domandarsi che posto abbiano nella storia e soprattutto perché, infilati in un eterno presente che assomiglia a una parentesi infinita.

Ascoltate con attenzione gli umori, i rumori, gli eccessi di una serata diversa dalle altre, come dovrebbe essere – oggi più che mai – ogni concerto dal vivo. Fino a quando, con un filo di voce, il buffo ragazzo rossiccio annuncia l’ultima canzone. È Easy easy, facile facile da ballare, da battere il tempo con le mani, provando a rincorrerne le parole: che citano Winston Churchill – If You’re Going Through Hell, Keep Going / Se stai attraversando l’inferno, vai avanti. Là era la guerra, oggi, per una generazione che non ha molti motivi per guardare spensieratamente al futuro, è solo la vita.

King Krule - You Heat Me Up, You Cool Me Down
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Da ragazzo ho passato buona parte del mio tempo leggendo libri e ascoltando dischi. Da grande sono quasi riuscito a farne un mestiere, scrivendo in giro, raccontando a Radio3 e scegliendo musica a Radio2. Il mio podcast jazz è qui: www.spreaker.com/show/jazz-tracks

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