Free Nationals – Free Nationals
Obe, Llc / Empire - 2019

Recensione: Free Nationals – Free Nationals

I Free Nationals, live band di Anderson .Paak.

Atteso esordio allo spirare del 2019 dei Free Nationals, talentuoso quartetto losangelino, noto soprattutto per essere la band che accompagna live Anderson .Paak, uno dei nomi di maggior hype dell’attuale scena black statunitense.

Free Nationals – Free Nationals

Obe, Llc / Empire – 2019

La band è formata dal chitarrista José Rios, dal tastierista Ron “T.Nava” Avant, dal bassista Kelsey Gonzalez e dal batterista Callum Connor e giunge a questo esordio discografico dopo essere passata negli ultimi anni da essere una delle tante oscure formazioni del panorama black delle west coast a una delle più stimate backing band, che quest’anno ha avuto la sua definitiva consacrazione con la celebratissima esibizione a fianco di .Paak all’ultimo festival di Coachella.

Un tributo alla black music del passato

Con questo esordio discografico i Free Nationals ovviamente pagano un altissimo tributo a grandi artisti neri del passato, in particolare, Stevie Wonder e Marvin Gaye, oltre a certo raffinato funk soul degli anni 70/80; questo, sia detto subito chiaramente, costituisce allo stesso tempo il maggior pregio ma anche il limite più evidente di tale prova. Il gruppo, mancando di un vero e proprio cantante solista, si affida necessariamente alla collaborazione di diversi cantanti che si susseguono nei quattordici pezzi; si passa quindi dal giovane rapper David Ceasar, alle sofisticate voci di JID e Syd, al white pop seventies dell’olandese Benny Sings, al tributo postumo di Mac Miller con Kali Uchis, al rap stradaiolo di T.I. e, ovviamente, alla meravigliosa voce di Anderson .Paak.

I momenti migliori del disco

L’inizio si apre con sonorità che rimandano alle tastiere di basso distorto tipiche del miglior Wonder; il singolo uscito in occasione del Record Store Day Beauty & Essex è un sinuoso soul basato su ritmi liquidi con la voce di Daniel Ceasar a sussurrare un testo dai marcati accenti erotici (e, diciamocelo, non particolarmente raffinati …”pussy wet like an ocean, aphrodisiac potion”). Si passa quindi ad una coppia di pezzi con raffinate voci femminili, On Sight, ballad sedata con la voce di JID e Shibuya, splendido pezzo cantato dalla giovanissima Syd, in cui i ritmi (finalmente!) accelerano.

Notevole anche il successivo Apartment, in cui la cifra chiaramente black della band si incontra con la vocalità bianca tipicamente easy listening dell’olandese Benny Sings, il cui timbro rimanda a certo pop sofisticato anni ’70, tipo Michael Franks o James Taylor (o gli Aluminum Group, per un riferimento più recente); il Frankenstein che un tale incrocio dovrebbe generare, si rivela invece essere un pezzo splendido con un ritmo irresistibile in cui la sonorità soul della band si muove sottotraccia.

Menzione speciale per Gidget

Il momento più alto del disco è Gidget, pezzo su cui è praticamente impossibile tenere fermi i piedi, che si avvale della voce satinata di Anderson .Paak e di una sonorità tipicamente seventies, compreso un assolo di vocoder (sic!) del tastierista T. Nava, esplicito omaggio all’Herbie Hanckock funk del periodo Headhunters.

Ritmi liquidi e slide acustiche nel successivo Time, con la voci di Kali Uchis e del defunto rapper bianco Mac Miller, che regala una notevole sferzata ritmica al pezzo; così come l’apporto del vecchio leone T.I., che in Break sprigiona tutta la sua energia, spandendo le sue rime di strada su una sporca base di urban funk. C’è poi il reggae al valium di Eternal Light con l’apporto vocale di Chronixx, l’elegante dance à la Earth Wind & Fire di Oslo e in chiusura, la struggente e splendida ballata da singalong The Rivington con la partecipazione dei fratelli Conway the Machine/Westside Gunn e ai cori, ancora, di Anderson.Paak.

Il passato: omaggio o ispirazione?

Il disco è suonato splendidamente ed evidenzia una curata ricerca di suoni e timbri di altissimo livello; è tuttavia evidente che il frequente omaggio o ispirazione ai suoni del passato toglie alla prova del quartetto la necessaria originalità. È un problema questo che si pone di frequente con la moderna musica black che oscilla spesso tra due estremi: quello in cui i suoni degli anni ‘60/’70 sono la necessaria fonte di ispirazione di un prodotto nuovo ed originale e quello invece in cui quei suoni vengono in qualche modo riproposti (anche con benevole finalità di omaggio), ma togliendo ogni profilo di originalità alla musica proposta.

Free Nationals: l’amaro destino delle backing band (anche delle migliori)

Qui siamo più dalle parti di quest’ultimo estremo, ovvero di una band che seppur formata da ottimi musicisti, al di là di singoli episodi degni di nota (su tutti, gli irresistibili pezzi con Syd, Benny Sings e .Paak), non riesce comunque ad offrire un prodotto complessivamente nuovo e originale e ad imprimere alla musica una specifica e personale cifra stitlistica.

A ciò si aggiunga che l’obbligato continuo alternarsi degli ospiti alle voci priva il disco di una sua specifica identità in qualche modo unitaria e lo fa apparire come una raccolta di canzoni (spesso anche splendide) di artisti vicini fra loro ma comunque diversi. È  anche possibile che questo sia un po’ il destino tipico della backing band, ovvero quello di non riuscire a mettere insieme un lavoro compiuto e di spessore appena esce dal cono d’ombra dell’artista principale e di esprimersi in modo compiuto solo in funzione di quest’ultimo; ma può anche darsi (e ce lo auguriamo) che sia solo una momentanea mancanza di messa a fuoco dell’obiettivo, cosa che ha reso questa prova d’esordio un disco sicuramente piacevolissimo, ma che lascia un po’ il sapore amaro dell’occasione mancata.

Free Nationals – Free Nationals
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Franco Zucchermaglio

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Classe 1965, bolzanino di nascita, vive a Firenze dal 1985; è convinto che la migliore occupazione per l’uomo sia comprare ed ascoltare dischi; ritiene che Rolling Stones, Frank Zappa, Steely Dan, Miles Davis, Charlie Mingus e Thelonious Monk siano comunque ragioni sufficienti per vivere.

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