Ozzy Osbourne - Ordinary Man | Recensione TomtomrockEpic - 2020

Ozzy Osbourne ha 71 anni e non vuol morire da Ordinary Man.

Ozzy Osbourne - Ordinary Man | Recensione Tomtomrock
Epic – 2020

Ordinary Man è un Luna Park del metal. E non è una brutta cosa. Questo è un Luna Park di quelli spettacolari dove potete trovare il castello di glassa e canditi di Elton John, i calcinculo affibbiati direttamente da Duff McKagan (Guns N’ Roses) e, più bella di tutte, la Casa degli Orrori con Ozzy Osbourne a fare da maestro di cerimonie (all’interno ha messo ragnatele, miasmi e tanti pipistrelli trattati benissimo – con loro ha qualcosa da farsi perdonare…).

In Italia Ozzy è ricordato soprattutto come voce dei Black Sabbath e come protagonista, piuttosto svagato, della serie TV The Osbournes. In realtà la sua carriera musicale post-Sabbath, pur fra intoppi, interruzioni e guai legati a uno stile di vita insalutista, è stata ricca di successi commerciali (inclusa una riunione abbastanza recente del gruppo). Per non parlare di una floridissima oggettistica gotico-kitsch.

Cosa si ascolta in Ordinary Man

Ordinary Man è il suo dodicesimo lavoro solista, a dieci anni dal precedente Scream. E’ un album divertente che gioca – ma gioca soltanto – con la reputazione controversa del suo autore. C’è giusto un “Ti farò urlare / Ti farò defecare” come quarto verso dell’iniziale Straight To Hell, ma la minaccia risulta più grottesca che temibile. Procedendo oltre abbiamo un paio di tipici tratti ozziani come il gusto cimiteriale di Under The Graveyard (il vero tema è però un altro, come vedremo dopo) e le presenze aliene di Scary Little Green Men. Quanto a Eat Me (“Mangiami dalla pelle alle ossa/ Tu, cannibale, mangiami/ Ah ah”), è probabile sia da prendere metaforicamente più che alla lettera.

Ci sono in questo album alcuni anthems rocciosi che piacciono subito, come la già citata Straight To Hell oppure Goodbye. Meno bene funzionano le presunte power ballads, soprattutto la title-track in compagnia di un Elton John che quasi non si sente. Meglio di sicuro guardare il video della canzone dove si ripercorre per immagini la carriera del nostro il quale, commosso, dichiara “non voglio morire da uomo qualsiasi”. Affermazione certo retorica, ma in ogni caso più plausibile rispetto al Morrissey che non si sente un cane alla catena.

Una buona fusione fra ballata e rock è rappresentata da Under The Graveyard: partenza acustica su cui interviene un riffone granitico mentre la voce controlla in ogni momento la situazione. Anche qui è il video a risultare significativo. Si tratta di un minifilm che racconta, pur celando i veri nomi, la storia di Ozzy, del suo precipitare in un tripudio di abusi e dell’intervento salvifico di Sharon Arden. Epocale il momento in cui lei gli butta nel cesso qualche migliaio di dollari di cocaina.

Un Ozzy Osbourne a tratti nostalgico

Il disco avrebbe potuto essere migliore se avesse approfondito questa dimensione del tenero ricordo di se stesso (o addirittura di saluto alla musica) da parte di uno dei grandi del metal. Così invece il risultato finale è un classico esempio di rock ricco, autoindulgente e in grado di concentrarsi solo ogni tanto sul lavoro da fare. Lo dimostra l’inserimento in chiusura di programma di Take What You Want, brano originariamente uscito nel 2019 sull’album Hollywood’s Bleeding del rapper mainstream Post Malone e in cui Ozzy è tecnicamente un ospite. Forse serviva a dare a Ordinary Man un minutaggio accettabile, ma la scelta suona forzata. E qui viene in mente una storiella. Nel 1970 i Black Sabbath avevano urgente bisogno di un pezzo per completare il loro secondo album. Toni Iommi disse agli altri che aveva un riff di chitarra che forse poteva venire utile. Fu la nascita dell’epocale Paranoid. Altri tempi, altra energia.

Ozzy Osbourne - Ordinary Man
6,2 Voto Redattore
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Nello scorso secolo e in parte di questo ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' stato autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". In epoca più recente ha curato con John Vignola la riedizione in cd degli album di Rino Gaetano e ha scritto saggi su calcio e musica rock. E' presidente della giuria del Premio Piero Ciampi. Il resto se lo è dimenticato.

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