Tame Impala – The Slow Rush
Universal - 2020

Recensione: Tame Impala – The Slow Rush

Cinque anni di attesa per il nuovo Tame Impala – The Slow Rush.

Interessante percorso quello dei Tame Impala: partiti come promessa del rock psichedelico made in Australia, terra mai stata parca nel settore, sono approdati a un pop fra il futurista e il retrò, mentre la mente Kevin Parker si sbizzarriva in produzioni per Lady Gaga, Kali Uchis, Travis Scott e Rihanna pescava tra le sue composizioni per una cover. Chi si attendeva l’ennesimo salvatore del rock sarà rimasto un po’ deluso già a partire dal precedente Currents, del quale The Slow Rush costituisce l’atteso seguito dopo ben cinque anni.

Tame Impala – The Slow Rush

Universal – 2020

L’artwork del disco

La copertina del LP e quelle dei singoli propongono panorami sognanti. Sono l’adattamento delle fotografie di Neil Krug prese nella città fantasma di Kolmanskop, colonia mineraria tedesca nel  deserto della Namibia ormai invasa dalla sabbia. Forse è una sensazione di solitudine, quella che Kevin Parker sceglie di comunicare, anche se la rete di contatti e riferimenti di The Slow Rush sembrerebbe andare in una direzione differente. Un po’ come la città d’origine di Parker, Perth, isolata dal resto del mondo eppure hub di culture che si intrecciano e danno origine a una vitalità spettacolare.

Kevin Parker e le citazioni

Così nessuno si stupisce per l’attacco di The Slow Rush: batteria ed elettronica dalle quali spunta a ondate il falsetto di Parker, con un tappeto di tastiere che sono la costante di tutto il disco. Più un’atmosfera che una canzone, One More Year, al pari della seguente Instant Destiny. Con Borderline le cose cambiano: il basso pulsa e conduce, e il disco vira dai toni lisergici verso una maggiore costruzione melodica, con reminiscenze Bee Gees appena pria della svolta disco. Sulle reminiscenze soft rock dei Tame Impala e di The Slow Rush in effetti si potrebbero scrivere pagine intere. Da Hall & Oates ai tocchi di tastiere alla Supertramp, ma ognuno può divertirsi a trovare i rimandi che vuole, tanto sono numerosi.

Tame Impala – The Slow Rush: un disco riuscito nonostante qualche difetto

Kevin Parker però mescola sapientemente, aggiunge qualche tocco e modernità e finisce per suonare soprattutto come se stesso: sia per le atmosfere, sia per le melodie, che in alcuni momenti sono particolarmente belle.

 

Posthumous Forgiveness in particolare, fa immaginare un possibile duetto con Lana Del Rey, per via di questo sentimento di nostalgia che pervade la musica di entrambi. Quella di Parker però è più intima, il brano si riferisce al rapporto con il padre, interrotto dal divorzio dei genitori e poi dalla morte prematura. Altri momenti di spicco sono On Track, Lost In Yesterday, l’improvviso tuffo 60s di It Might Be Time. Con l’inizio spiazzante, la coda prog troppo lunga della conclusiva One More Hour, ma anche con la house inglese anni ’80 di Glimmer, questo The Slow Rush a volte dà l’impressione di partire in tutte le direzioni, a volte di girare in tondo. Currents aveva una maggiore compattezza e nell’insieme possiamo dirlo più riuscito, sebbene The Slow Rush suoni comunque come una conferma del talento di Tame Impala / Kevin Parker.

Tame Impala – The Slow Rush
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Marina Montesano

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Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. La foto del profilo dice da dove sono partita e le origini non si dimenticano; oggi ascolto molto hip-hop e sono curiosa verso tutte le nuove tendenze. Condividere gli ascolti con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

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