Trees - Trees
Earth - 2020

Recensione: Trees – Trees

Cofanetto del cinquantennale per il folk-rock dei Trees.

Trees - Trees

Earth – 2020

Il tempo è gentiluomo (un gentiluomo vestito in stile Tudor) con il folk britannico del decennio d’oro 1965-75. Lo dimostrano le molte ristampe dedicate non solo ai singoli artisti, ma persino alle tematiche di quel tipo di suono (ad esempio le ascendenze ‘pagane’ raccontate nel recente cofanetto Sumer Is Icumen). E lo dimostra il consenso quasi generalista che questa musica raccoglie,  forse perché la si considera associata a un passato solido e rassicurante. Che poi molto repertorio folk parli di omicidi, violenze e creature mostruose è un altro, e più ampio, discorso.

Tale ritorno d’interesse fa sì che persino nomi all’epoca giudicati di secondo piano conoscano oggi una rivalutazione quasi acritica. Ed ecco che entrano in scena i Trees, a lungo considerati fratelli artisticamente minori dei Fairport Convention. La cosa è comprensibile visto che, come i Fairport, il quintetto londinese arrangiava con strumenti elettrici canzoni folk (unite a composizioni originali) affidandole a una voce femminile. Incisero due albumi fra il 1970 e il 1971 per poi sciogliersi, dopo qualche tentativo di riassemblaggio, a causa degli scarsi riscontri commerciali.

 

Trees: i due album originali

I riscontri arrivano ora a mezzo secolo di distanza (1) , grazie a un cofanetto semplicemente intitolato Trees. Sono quattro cd che ripropongono i due album originali aggiungendovi il solito crogiuolo di demo, sessions radiofoniche e remix. Occorre dire che il riascolto di The Garden of Jane Delawney e, soprattutto, On The Shore comunica belle emozioni. Anche perché il tempo alleggerisce il peso della Fairport-dipendenza di cui si diceva: un ignaro ascoltatore che non si preoccupi troppo di primogeniture li giudicherà semplicemente due gruppi che suonano musica simile. E chissà, potrebbe persino preferire i Trees.

E se Sandy Denny e compagni, pur nella loro pietra-miliarità folk-rock, qualcosa concettualmente dovevano alla Band, i Trees di Celia Humpris guardavano soprattutto alla California ‘acida’, in particolare ai Quicksilver Messenger Service. In questo vanno considerati unici, come spiega il chitarrista David Costa: “Dovevamo aprire un sentiero ancora non battuto, il cuore oscuro di Albione da una parte e la nuova psichedelica della West Coast dall’altra, rumorosa e dai colori accesi”. Ci sono ovviamente ingenuità ed eccessi chitarristici tipici dell’epoca, ma la dilatazione strumentale di ballate tradizionali (2) come Great Silkie, Streets of Derry, Geordie o Polly On The Shore (incisa prima che lo facessero i Fairport) non ne stravolge il contenuto, semmai contribuisce a trasferirlo in una dimensione trasognata. Esagerando potremmo definirlo un modo di attingere con sentimento moderno a un passato collettivo. E piacciono anche gli originali dalla trama più delicata, come Epitaph, Murdoch o la ballata simil-rinascimentale che intitola l’opera prima e che conobbe una versione da parte della stella pop francese Françoise Hardy (3).

Trees: il materiale ‘bonus’

Non troppo convincenti risultano invece i due cd di materiale aggiunto intitolati Fore and After pt. 1 & 2. I titoli remixati figuravano già nella ristampa 2007 di On the Shore e non mostrano variazioni significative rispetto agli originali. Un interesse solo documentario presenta la versione BBC di Great Silkie, giusto perché una delle chitarre sembra arrivare pari pari da Eight Miles High dei Byrds. Quanto ai due brani provenienti da un tentativo di reunion del 2008 e ai due della On The Shore Band (2018, con due ‘Alberi’ originali ma senza Celia Humpris), fanno pensare  a una qualche difficoltà nel raggiungere un minutaggio adeguato. Meglio sarebbe stato provare a ripulire i pezzi comparsi nel bootleg  del 1989 intitolato Live!, testimonianza bella nei contenuti e miserevole nella qualità sonora dell’effimera rinascita dei Trees nel 1972 con lo scoppiettante violinista Chuck Fleming in formazione (4).

Poco entusiasmante risulta anche il libretto con le sue foto fuori fuoco e la strana assenza delle copertine dei due album originali. Eppure quella in stile Alice nel paese degli incubi  di On The Shore è uno dei capolavori assoluti siglati Hipgnosis.

A parte queste considerazioni da noiosini il cofanetto Trees è un bel viaggio nel tempo, anzi in più tempi: si parte dagli anni ’70 del ‘900 per procedere a ritroso verso epoche, per definizione, buie. Più buie di quella che stiamo vivendo ora? Mah…

(1) I due album, arrivati nelle edizioni originali a quotazioni altissime, furono ristampati per la prima volta in cd nel 2007-08.

(2) Il repertorio folk proveniva per la maggior parte da Martin Carthy, amico di David Costa.

(3) Il pezzo si trova nell’album, quasi tutto cantato in inglese, If You Listen, del 1972.

(4) Uno dei pezzi presenti in Live!, Forest Fire,   figura in versione molto simile (ma senza applausi finali) nel secondo cd Fore & After del cofanetto.

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Antonio Vivaldi

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Giornalista musicale di pluriennale esperienza, ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". E' stato uno dei curatori della riedizione, nel 2017, degli album di Rino Gaetano. Fa parte della giuria del Premio Piero Ciampi. Si occupa di eventi di vario tipo dedicati alla musica rock.

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