William Patrick Corgan - Cotillions
Martha's Music - 2019

Recensione: William Patrick Corgan – Cotillions

Billy Corgan riesce ancora a sorprendere.

La vita artistica di Billy Corgan viene spesso commentata come se ci fosse “un tempo”, quando con gli Smashing Pumpkins produsse tre album cardine della musica degli 90 come Gish, Siamese Dream e il monumentale Mellon Collie and the Infinite Sadness, e un “adesso”, che dura praticamente dal 1998, in cui Billy, con le zucche, da solo o con gli Zwan, ha rincorso un’ispirazione non sempre all’altezza della sua golden era.

William Patrick Corgan - Cotillions

Martha’s Music – 2019

Detto che invece magari qualche episodio della sua vita artistica degli anni 2000 andrebbe rivalutato nell’ottica di un artista che comunque ha provato a cambiare registro per non rimanere imprigionato nei suoi stessi cliché, questo Cotillions pare davvero essere il disco che potrebbe finalmente mettere d’accordo tutti che, ok, i tempi d’oro passano per tutti, ma su quel palco sale un songwriter ancora vivo e in grado di insegnare qualcosa alle nuove generazioni.

La rivelazione William Patrick Corgan – Cotillions

Ancor più paradossale che la quadratura del cerchio su come scrivere e realizzare le sue canzoni Corgan l’abbia finalmente trovata abbracciando in pieno una grammatica da roots-music americana. Fino ad arrivare a scrivere una folk-song che si intitola Hard Times, che penso sia un passaggio obbligato per ogni hobo armato di chitarra acustica in attività negli USA quanto eseguire almeno una cover di Bob Dylan nella vita.

Cotillons è il viaggio americano di William Patrick Corgan

Ed è esattamente questo immaginario che Corgan ha rincorso documentando su Youtube un viaggio negli USA durato 30 giorni da Los Angeles a Chicago.

 

E che si è tradotto in ben 17 brani che potrebbero fare invidia a Ryan Adams per come riescono a rileggere la musica americana tradizionale in maniera personale e autoriale. Stilisticamente Billy (perdonatemi se lo continuo a chiamare così) non si inventa nulla. Anzi, arriva ad adottare anche una sintassi del tutto codificata come quella della country-music (Jubilee). Anche se più spesso si rifugia in una piano-song come la title-track che lo vede davvero a suo agio con la voce. Quello che impressiona è che Cotillions arriva là dove forse un autore che in fondo qualcosa gli deve come Conor Oberst dei Bright Eyes non è mai riuscito ad arrivare negli album a suo nome, che davvero tanto assomigliano a questo.

Un’ora in compagnia di un cantautore insospettabile

Inevitabile che in un album di 61 minuti ci sia qualche calo di tensione. Ma nel complesso questo disco, che Corgan ha registrato quasi praticamente da solo, produzione compresa, rappresenta uno degli episodi cantautoriali più convincenti del 2019. E lo sforzo risulta ancor più encomiabile proprio perché arriva da un artista che con tutta evidenza sta calpestando sentieri stilistici non abituali. Non so se darà seguito a questa nuova vena, o se semplicemente Cotillions risulta un capriccio personale che i suoi fans storici non saranno così compatti nell’accettare (me li vedo a chiedersi dove siano le chitarre di Siamese Dreams). Ma sicuramente, grazie a questo exploit, i dubbi sulla sua reale statura artistica sorti in questi anni vengono spazzati via definitivamente.

William Patrick Corgan - Cotillions
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Nicola Gervasini

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Scrive regolarmente di musica dal 1992 per varie testate e siti web di settore (Mucchio Selvaggio, Il Buscadero, Rootshighway, FilmTV). Nel 2009 il suo racconto La Pistola ha ottenuto la Menzione Speciale della Critica al Concorso Quaderni Rock del MEI. Nel 2010 ha pubblicato Rolling Vietnam – Radio-grafia di una guerra (Pacini Editore), nel 2017 il thriller Musical 80 (WLM).

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