Wire - 10:20
Pinkflag - 2020

Recensione: Wire – 10:20

Passo falso per gli Wire di 10:20.

Wire - 10:20

Pinkflag – 2020

Inutile dire che anche le “vacche sacre”, a volte, vanno dissacrate… Gli Wire sono una band che ho seguito da sempre e da sempre apprezzato, salvo alcuni scivoloni in casa Mute degli anni 90, ma ci può stare. Da qualche anno a questa parte sfornano con una cadenza periodica dischi che, pur avendo perso il tocco di B.C.Gilbert, l’uomo che suonava il rumore, si sono consolidati in una formula sempre eccellente e, in almeno qualcuna per ogni album, hanno inserito pop songs destrutturate di sempre eccelsa fattura. Adesso però io comincio a sentire, cosa per me non encomiabile, odore di routine e piccole strategie commerciali che sfociano in questo 10:20 in maniera urticante.

Alla ricerca del senso dell’operazione

Comprendo che la senilità porta stanchezza ma allora perché accanirsi con uscite di questo tipo? Composto da otto brani di cui un inedito decente ma di maniera, i restanti sette sono remake/remodel di canzoni di diversi periodi, alcune inserite solo in EP, altre più o meno note che dovrebbero costituire un valido compendio a chi, beato lui, si accosta per la prima volta alla band. Non basta riprendere brani come Boling Boy da A Bell Is A Cup o l’assurda sinfonia cacofinica di Underwater Experience per spingere il pedale sull’acceleratore della nostalgia, né rimasticare The Art Of Persistance che già non era un capolavoro ai tempi della sua uscita. Non si capisce a chi sia dedicato il lavoro perché i nuovi fans non ne saranno sedotti e i vecchi gireranno le spalle.

Wire – 10:20 e la delusione di un fan

Gli Wire non sono nuovi a questo tipo di emissione. Già nel 1989 diedero alle stampe It’s Beginning To And Back Again che conteneva brani rielaborati con risultati però meno pomposi della presente operina. Ecco, il senso che mi assale all’ascolto è quello di un “sentite un pò quanto siamo ancora bravi” che, francamente non mi convince. A tratti ho quasi l’impressione che persino loro si siano annoiati ma, quando necessità impone, qualcosa sul mercato bisogna fare pur uscire.

 

Io ho fatto fatica ad arrivare alla fine del disco e parliamo di una durata complessiva di 38 minuti, quindi, con una certa sofferenza , chiudo questa recensione prima di addormentarmi sui dieci minuti finali di Over Theirs… Peccato, un bel disco nuovo nuovo e aggressivo quest’anno ci avrebbe fatto comodo e piacere.

Wire - 10:20
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Marcello Valeri

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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che , invece, i musicisti adorano.

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