Recensioni: Cabaret Voltaire – Dekadrone

Uscite a ritmo frenetico in casa Cabaret Voltaire: l’ultimo arrivato si chiama Dekadrone.

A pochissimi mesi di distanza dall’emissione di Shadow Of Fear l’indomito Richard E.Kirk / Cabaret Voltaire ha dato alle stampe un EP, Shadow Of Funk con pesanti rielaborazioni di quanto ascoltato nell’album e ora se ne esce con questo Dekadrone, oggetto del quale mi accingo a dissertar…

Allora, trattasi di un unico brano della durata di circa 50 minuti e questo giustifica parte del titolo. Il contenuto è di ardua definizione, diciamo che siamo dalle parti di Metal Machine Music di Lou Reed che incontra i Kluster primissima maniera.

Noise-industrial-elettronico

Un notevole feedback elettronico introduce l’opera, ponendo l’ascoltatore su un piano Lynchano, un costante sottofondo di rumore bianco che riprende le radici noise industrial della (ex) band di Sheffield (e viene da chiedersi cosa respirassero all’epoca vista la grande profusione di formazioni con attitudini volte all’elettronica) al quale si aggiunge, con una da ricercarsi soluzione di continuità, un mantra elettronico più volte pervaso da, mi si passi il termine, smanettamento di manopole.

Un esperimento spiazzante?

La cosa che trovo interessante è il soffermarmi a pensare cosa abbia indotto il buon vecchio Kirk a pubblicare un’opera che guarda probabilmente a un pubblico di aficionados (ma viste le diverse fasi dei Cabs, a quale fascia si rivolge?), che ha il sapore di provocazione situazionista e che non può essere fruita come sottofondo né, tantomeno, immagino, come ascolto coinvolto da parte del fruitore che per quasi un’ora dovrebbe dedicare la sua attenzione aurale a cogliere frammenti di variazioni al limite della udibilità. Ecco, forse il senso va cercato in una dislocazione temporale, in un’epoca in cui la musica non era solo da consumare e l’oggetto sonoro aveva funzione di feticcio da possedere, al limite, da ascoltare ma difficilmente per più di una, massimo due, volte.

Alla ricerca del senso di Cabaret Voltaire – Dekadrone

Se gli ispiratori sopra citati sperimentarono o per chiudere contratti capestro con le case discografiche come nel caso di Lou o per un discorso politico culturale come nei monolitici Kluster, che una volta Cluster ammorbidirono di molto il percorso, allora mi vien da chiedermi se forse questo lavoro, attribuito nuovamente al moniker Cabaret Voltaire anziché al solo esecutore, non funga sia da specchietto per le poche allodole rimaste sia da tentativo di ricollocare questa difficilissima era in un contesto dove sia nuovamente necessario l’intrattenimento attraverso il dolore.

 

Così fosse allora trovo l’operazione giustificata, finanche necessaria, se il pensiero invece è andato altrove o, addirittura, si è posto come esperimento innovativo, allora siamo nella direzione sbagliata, a tratti sbadigliata persino. Quindi parere positivo sull’ardimento, negativo sulla fruizione. Spiazzante è un complimento velato.

Cabaret Voltaire - Dekadrone
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Marcello Valeri

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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che , invece, i musicisti adorano.

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