Bills & Aches & Blues
4AD - 2021

Recensione: 4AD – Bills & Aches & Blues

La 4AD si autocelebra con Bills & Aches & Blues.

41 years after its inception, 4AD continues to look forward. But a record label’s catalogue of releases is essentially timeless”.  Ora, se si fa un bel po’ di tara alla seconda affermazione, falsa come Giuda, va detto che la 4AD di motivi per celebrare quarant’anni anni di scintillante servizio musicale ne ha da vendere: The Birthday Party, Cocteau Twins, Dead Can Dance, Lydia Lunch, Pixies, Stereolab, The The, This Mortal Coil.  Così, solo per dire di alcuni nomi che, lungo la rotta Inghilterra-USA-Australia, hanno dato vita ad una scena musicale indimenticabile, ormai del tutto dissolta, che, ancor più oggi di ieri, il triste svanire di Anita Lane sembra aver sepolto sotto un macigno temporale.

Bills & Aches & Blues

4AD – 2021

La celebrazione è affidata a 4 EP, con un totale di 18 brani di più o meno antichi campioni messi nelle mani delle giovani promesse dell’etichetta indipendente britannica; un posto d’onore (fin troppo d’onore) è riservato alle Breeders, elette a cerniera, non del tutto indispensabile, fra passato e presente; i primi 12 mesi di incassi sono devoluti ad un progetto benefico.

I dubbi dell’ascolto

Fin qui, quasi bene come programma. Meno bene, decisamente, l’ascolto. E non perché non sia un sentire piacevole, o perché i rifacimenti non siano all’altezza degli originali (e qui non lo sono mai). Ma per l’aria di pesante conformismo che trasforma un mondo sonoro fatto di vibrazioni oniriche e di scosse telluriche in una festa di annoiati sessantenni, che si sono portati i dischi da casa e che già dopo mezz’ora non hanno più voglia di ballare. Tutto è avvolto in un’atmosfera sospirosa, languorosa, educatamente pop e, sotto il vestito della festa, ci si domanda quale sia il senso. Dimostrare che il tempo è passato non sempre pietosamente sui destini della musica? Che Tkay Maidza non vale un’unghia dei Pixies e U.S. Girls non valgono una caccola dei Birthday Party? Fin troppo facile oltre che autolesivo. E allora?

 

E allora si ha la sensazione che la risposta sia da cercare, più che nel vento, fra le pieghe del vecchio adagio che vuole che chi nasce incendiario sia destinato a morire pompiere. Il catalogo odierno della 4AD, alla quale in verità auguriamo di non morire affatto e di campare almeno altri quarant’anni, offre a chi lo vuole un mondo sonoro levigato, elegante e non di rado suggestivo. Un adult pop da meditazione, senza scosse e senza brividi. Ineccepibile e freddo. Una raffinato sonorizzazione di ambienti in cui forse non ci si annoia troppo, ma di certo non si sussulta mai.

I momenti migliori e i peggiori di 4AD – Bills & Aches & Blues

Basta vedere come saltellano, nei loro colorati e simpatici vestitini pop, Where Is My Mind? già ruvida adrenalina in mano ai Pixies, o Junkyard, che sprigionava clangore assai sinistro nell’originale dei Birthday Party, o Songs To The Siren di Tim Buckley, già rinventata dai This Mortal Coil, nel suo asciutto e un po’ atono intimismo, e si avrà un’idea chiara di quel che si sta cercando di dire. Meglio di tutti, in un insieme che, non si nega, suona gradevole, ci sembra se la cavino i danesi Efterklang, i quali rifanno con sapiente inquietudine la già poco rassicurante Postal dei Piano Magic. Ma il nostro cuore batte sempre per i cupi suoni del Nord e ci si potrebbe sbagliare. Si resta in conclusione un po’ pensierosi sul futuro dell’etichetta di Ivo-Watts Russell e Peter Kent. Sorridenti e soddisfatti conservatori, da eversivi che furono, meritano una abbondante sufficienza, alla (gloriosa) carriera. Ma se questo è un assaggio della novità che ci aspetta per il futuro, stupisce che ci sia chi ha da dire su Lana Del Rey.

4AD - Bills & Aches & Blues
6,5 Voto Redattore
0 Voto Utenti (0 voti)
Cosa ne dice la gente... Dai il tuo voto all'album!
Sort by:

Be the first to leave a review.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Show more
{{ pageNumber+1 }}
Dai il tuo voto all'album!

print

Written by

Ha iniziato ad ascoltare musica nel 1984. Clash, Sex Pistols, Who e Bowie fin da subito i grandi amori. Primo concerto visto: Eric Clapton, 5 novembre 1985, ed a seguire migliaia di ascolti: punk, post punk, glam, country rock, i pertugi più oscuri della psichedelia, i freddi meandri del krautrock e del gotico, la suggestione continua dell’american music. Spiccata e coltivata la propensione per l’estremo e finanche per l’informe, selettive e meditate le concessioni al progressive. L’altra metà del cuore è per i manoscritti, la musica antica e l’opera lirica. Tutt’altro che un critico musicale, arriva alla scrittura rock dalla saggistica filologica. Traduce Rimbaud.

You may also like...

Lascia un commento!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.