Neil Young & Crazy Horse - Return To Greendale
Warner- 2020

Recensione: Neil Young & Crazy Horse – Return To Greendale

Un live dimenticato torna alla luce: Neil Young & Crazy Horse – Return To Greendale.

Da un po’ di anni a questa parte, l’apertura del vaso di Pandora degli archivi di uno dei principali musicisti del Novecento regala demo, inediti, live e chi più ne ha più ne metta. Va detto subito che non si tratta sempre di materiale di livello. Talvolta capita di riascoltare prodotti validi, rimasti in secondo piano rispetto alla produzione ‘ufficiale’. È il caso di questo Return To Greendale di Neil Young, che propone il live che seguì l’uscita, nel 2003, del disco Greendale.

Neil Young & Crazy Horse - Return To Greendale

Warner- 2020

Quest’ultimo, sotto le spoglie del concept album, a metà tra la protesta ambientalista e un hardboiled di vecchia data, con un occhio a Spoon River e l’altro a Winesburg, narrava le vicende di una cittadina immaginaria della California, Greendale appunto, e dei suoi abitanti. Nella struttura immaginifica di Young, l’intero album veniva riproposto, eseguendo esattamente la stessa tracklist, con attori in carne ed ossa che recitavano i brani che la band suonava dal vivo (qualche video è reperibile in rete). Return To Greendale ne è la testimonianza audio e, a breve, verrà pubblicata, in edizione deluxe, anche una versione in dvd.

Le versioni dal vivo non sempre fanno centro

E i brani? Come suonano? Sono altalenanti, paiono muoversi su una curva sinusoidale che non raggiunge picchi altissimi, ma che allo stesso tempo difficilmente tende in basso. Suonano traballanti, nella tipica e quasi unica impostazione dei Crazy Horse. Questo aspetto, in alcuni casi, rende in maniera perfetta l’atmosfera della cittadina che Neil dipinge con i versi: per esempio, nel brano di apertura, Falling From Above, dove l’armonica dopo il ritornello taglia l’aria e la canzone si impenna, e poi si trattiene grazie al controllo della dinamica.

 

Così come la meravigliosa chitarra accordata aperta in double drop D, e abbassata di due toni, mentre Neil canta «Someday you’ll find / Everything you’re looking for». Oppure l’inno ambientalista di Be The Rain che chiude il live con i suoi 8 minuti di rock che soltanto Neil Young e i Crazy Horse sanno fare. Ma ci sono anche le occasioni sprecate, dove pare mancare sempre qualcosa, quello spunto che poteva fare dell’album un grande album. Si sentano, per esempio, il riff di apertura di Devil’s Sidewalk, che vuole tornare alle cavalcate dei ‘70, ma invece le copia soltanto, senza più la passione di un tempo. O si ascoltino i testi cinematografici di Leave The Driving e di Carmichael, splendidi quanto amarissimi, che poggiano, però, su una base che rimane inconclusa.

Neil Young resta un artista poliedrico a prescindere da Return To Greendale

Resta la volontà di giocare con più forme d’arte, dalla musica, al cinema, al teatro. Del resto Young ci aveva già abituato a tutto ciò. L’intero progetto Greendale (album che all’uscita fu arricchito anche da mappe, biografie, reading), come detto, è comunque un prodotto di buon livello e testimonia, in ogni caso, dello spessore dell’artista. Ma vale la pena sottolinearlo ancora? E soprattutto vale la pena farlo con materiale un tempo messo da parte?

Neil Young & Crazy Horse - Return To Greendale
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Sono nato quando uscivano Darkness on the Edge of Town, Outlandos D'Amour, Some girls e Blue Valentine. Quasi a voler mostrarmi la strada. Ora leggo, scrivo, suono e colleziono vinili.

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