Recensione: Sparks - A Steady Drip, Drip, Drip
BMG - 2020

Recensione: Sparks – A Steady Drip, Drip, Drip

I fratelli Mael, ovvero gli Sparks, presentano A Steady Drip, Drip, Drip.

Calcolando l’album del 2015 con i Franz Ferdinand sotto l’egida FFS e Hippopotamus che è del 2017, i fratelli Mael – che hanno superato la settantina – si ripresentano in questo 2020 che non ha commenti con un nuovo lavoro che li riconferma come uno dei gruppi (?) più fecondi e più seminali, checché non si dica in giro, del pianeta.

Recensione: Sparks - A Steady Drip, Drip, Drip

BMG – 2020

Se si pensa che sono in circolazione dal 1970 circa ci troviamo di fronte 50 anni di una carriera mai doma che li ha visti passare dall’art rock degli inizi, al glam, alla new wave e all’elettronica moroderiana per poi sbarcare in un genere indefinibile che somma tutte queste parti arrivando sino ad oggi.

Pop songs eclettiche

Se la loro principale caratteristica è sempre stata una presenza scenica divisa tra il flamboyant di Russell e l’immobilità facciale di Ron, è altresì vero che dietro questa facciata si sono sempre celate canzoni con costruzioni musicali originalissime ed articolate e testi ricchi di sense of humor e doppi sensi, caratteristica che non muta in questo nuovo fragrante lavoro. A Steady Drip, Drip, Drip si presenta come una collezione di 14 perfette pop songs assolutamente contemporanee dove anche l’abito sonoro assume caratteristiche perfettamente idonee all’epoca attuale. Questa contemporaneità è data, per paradosso, da un uso delle chitarre che, per la band, è stato sempre elemento poco distintivo se non si ricorre ai lavori del periodo metà anni 70.

Sparks – A Steady Drip, Drip, Drip: gli arrangiamenti e le atmosfere

I sax (sintetici?) che aprono il lavoro in All That lasciano subito il posto ad un para-gospel dove chitarra acustica e clapping attendono l’entrata di un organo che dona al brano una solennità laica con accenni beatlesiani di immediata presa. L’aggiungersi ad ogni strofa di un elemento musicale ne fa cattedrale stupefacente, e siam solo alla prima canzone. I’m Toast si apre con un incipit anthemico, chitarre e synth in cadenza che sfociano in un riff nel ritornello molto periodo Kimono My House  e con un bridge costruito su le multi-incisioni della voce di Russell a guisa di coro.  Anche qui, ogni strofa vede invenzioni sonore e aggiunte e sottrazioni a quella precedente.

 

Lawnmover è una sinfonietta apparentemente irremovibile che rivela però colti rifermenti madrigali. Sainthood Is Not Your Future, di nuovo chitarre in bella vista per una canzone con grandi potenzialità radiofoniche nonostante alterni una elettronica gelida a passionali cavalcate.

Verso una colonna sonora

Con Pacific Standard Time si prende fiato, una torch song sintetica ed elegiaca, molto celestiale che prelude a Stravinsky’s Only Hit, un delirante tecno omaggio al noto compositore costruita come un ipotetico musical (e, a tal proposito ricordo qui che gli Sparks saranno i compositori su cui poggerà tutto il nuovo film musicale di Leo Carax…). Left Out In The Cold è nuovamente contemporaneissima e acchiappona, veramente spinge a pensare come la creatitivà esuli dai fattori anagrafici, se è creatività… Fossi in loro la avrei regalata agli ABBA

Self-Effacing è puro Sparks periodo Kimono, viene da chiedersi se in tutti questi anni di carriera non si siano tenuti da parte molte songs da tirar fuori al momento opportuno. Anche se qui si coglie un po’ della frequentazione Franz Ferdinand come elemento di positività. One For Ages vive di nuovo di un glamour malinconico e sfocia in una elettro song che chissà perché mi ha richiamato i migliori Heaven 17.

C’è anche spazio per un capolavoro in Sparks – A Steady Drip, Drip, Drip

Onomato Pia è un capolavoro, altro non dico per non togliere curiosità e sorpresa, per me e per i miei gusti, il culmine. Mentre  iPhone è sarcastico anti-inno alla tecnologia telefonica e alle sue mirabolanti alienazioni. È buffo perché l’invito a mettere giù iPhone ed ascoltare il protagonista sarà l’esatto contrario di quel che accadrà nella realtà tramite l’ascolto dell’album attraverso le note piattaforme…

 

The Existential Threat giuro che è Battiato 1983 con i Queen della notte all’opera. Nothing Travels Fast Than The Speed Of Light, dal titolo ironicamente pleonastico,  si pone come riflessivo e un tantino Sovietic inspired preludio alla gemma che conclude l’intero lavoro, ovvero Please Don’t Fuck Up My World, che ci si aspetterebbe essere scritta da una band di 16enni tanto è perculante e, al tempo stesso, sincera, nel testo e negli arrangiamenti. Io mi vedo già, dalle atmosfere, metterla su il giorno di Natale, tanto quel giorno lì frequento solo gente che non sa l’inglese, purtroppo per loro. Io son contento.

Sparks - A Steady Drip, Drip, Drip
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Marcello Valeri

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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che , invece, i musicisti adorano.

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