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Intervista: Bob Dylan, Rough And Rowdy Ways e il cinema

Bob Dylan, Rough And Rowdy Ways e il cinema: Marco Zoppas intervista Rudy Salvagnini.

Il 19 giugno 2020 Bob Dylan pubblica Rough And Rowdy Ways, un album denso di poesia, di suggestioni musicali e culturali. Nello specifico, data la tua immensa cultura in materia cinematografica, vorrei da te una cosa non da poco: una “lectio magistralis” sull’intera filmografia che fa da punto di riferimento nelle canzoni di Rough And Rowdy Ways. Te la sentiresti? Io so che se ci provi avrai molto da raccontare.

Dopo più di un mese di ripetuti ascolti, sono convinto che Rough And Rowdy Ways sia un disco eccezionale, tra i capolavori assoluti di Bob Dylan. Come ha scritto qualcuno, si avverte che è un’opera creata con la consapevolezza d’aver ricevuto un premio Nobel per la letteratura e di dover quindi essere all’altezza di una riconosciuta qualità letteraria.

Bob Dylan - Rough And Rowdy Ways

Sony Music – 2020

Come sempre nel Dylan del nuovo corso iniziato con Time Out Of Mind, non mancano citazioni e riferimenti, evidenti e occulti. Citazioni e riferimenti musicali, letterari e anche cinematografici. Proprio su questi ultimi cercherò di soffermarmi perché, benché quantitativamente minori di quelli musicali e letterari, sono molto significativi e ci aiutano a cogliere il mondo culturale in cui alberga la mente di Bob Dylan.

Mi sembra il caso di andare per ordine e di individuare brano per brano i riferimenti cinematografici, tralasciando le canzoni nelle quali questi risultano a mio avviso assenti. Tra i vari luoghi virtuali consultati, mi è stato particolarmente utile il sito genius.com.

I Contain Multitudes

“I paint landscapes and I paint nudes”, secondo la succitata fonte, potrebbe essere un riferimento al film Moonrise KingdomUna fuga d’amore (Moonrise Kingdom, 2012) di Wes Anderson in cui il protagonista pittore dice che i suoi acquerelli sono “mostly landscapes but a few nudes”, ma mi pare un po’ improbabile come connessione anche perché è un verso che sembra riferirsi soprattutto proprio all’attività pittorica di Bob Dylan stesso.

Più chiaro è il riferimento a Indiana Jones, messo insieme ad Anna Frank e ai Rolling Stones. È ovvio che l’apparentemente incongruo trio è citato per il valoro iconico di ciascuno dei suoi componenti che realizza una summa particolare. Valore iconico di diverso valore e provenienza, ma di indubbia importanza a livello di immaginario collettivo. Ed è significativo che Dylan nella famosa intervista al New York Times concessa in occasione del disco abbia rilevato come i nomi non vadano presi singolarmente, ma per il significato – l’effetto – che hanno come trio. “The song is like a painting” ha detto a questo proposito Dylan “you can’t see it all at once if you’re standing too close. The individual pieces are just part of a whole”.

bob dylan and cinema

Anche il riferimento al “boulevard of crime” è chiaro e si riallaccia ad Amanti perduti (Les enfants du Paradis. 1945) di Marcel Carné. In particolare al Boulevard du crime, com’era soprannominato il Boulevard du Temple, in cui è in parte ambientato il film di Carné, conosciuto in lingua inglese come Children of Paradise. Come si sa, Amanti perduti è un film caro a Dylan, che l’ha riconosciuto espressamente come uno dei suoi favoriti. È noto anche come Dylan usasse dipingersi di bianco con la biacca il volto durante la Rolling Thunder Revue proprio in onore a quel film, con specifico richiamo al personaggio di Baptiste interpretato dal grande Jean-Louis Barrault.

Il verso “All the pretty maids” richiama una famosa nursery rhyme ripresa più volte in vari contesti. Può essere interessante, ai nostri fini, ricordare il film Pretty Maids All in a Row (in italiano …E dopo le uccido, 1971), il cui titolo è preso dalla medesima nursery rhyme. Il film è un curioso esempio di commedia gialla ambientata ai tempi della rivoluzione giovanile in un contesto studentesco di professori piacioni e donnaioli e di avvenenti studentesse rigorosamente in minigonna, con un sottofondo satirico ed erotico nel quale il regista Roger Vadim, per l’occasione in trasferta americana, si trova perfettamente a suo agio. Da notare che la sceneggiatura del film è nientemeno che di Gene Roddenberry, il creatore di Star Trek.

False Prophet

“City of God” è anche il titolo internazionale del film Cidade de Deus (2002) di Fernando Meirelles, candidato a più di qualche Oscar anni addietro, ma è evidente che il riferimento più probabile è a sant’Agostino.

My Own Version Of You

Qui è stato subito colto un chiaro riferimento a Frankenstein, che potrebbe essere quindi letterario o cinematografico. Una differenza sostanziale è comunque quella che, nel romanzo o nel film La sposa di Frankenstein (The Bride of Frankenstein, 1935) di James Whale, il dottor Frankenstein realizza (o pensa di realizzare, nel caso del romanzo, su richiesta del “mostro”) una creatura femminile perché l’essere da lui già creato abbia una compagna, a imitazione, una volta di più, di Dio. Qui invece il protagonista della canzone vuole creare una compagna per sé, per averne una versione in linea con i propri desideri. Una cosa ben diversa, quindi, che evidenzia in qualche modo una sfiducia generalizzata nella possibilità di una duratura e soddisfacente relazione tra due esseri umani e nella necessità di potersi plasmare il partner secondo i propri desideri per poter trovare soddisfazione. È evidente come questa sia manifestazione di sottile ironia e anche di sarcasmo, entrambe cose ben lontane dai toni del Frankenstein letterario e cinematografico.

bob dylan cinema

Interessante è anche la citazione di due icone del cinema come Pacino e Brando in due dei loro ruoli più famosi (Scarface dal film di De Palma del 1983 e Il padrino dal film di Francis Ford Coppola del 1972), accomunati anche forse per carisma divistico. Significativo è infatti che nella scelta di uno Scarface da citare, Dylan elegga quello di Pacino dal film di De Palma invece di quello di Paul Muni del superclassico del 1932 diretto da un maestro come Howard Hawks. Che Dylan conosca il cinema di quegli anni lo si capisce anche da come, per indicare il look di Joey Gallo nella canzone che gli ha dedicato (Joey da Desire), Dylan richiami James Cagney, un altro degli attori famosi per l’interpretazione di gangster. Cagney, E.G. Robinson e Muni componevano il trio reso famoso dagli spregiudicati gangster movies dei primi anni ’30. Paul Muni non è meno carismatico di Pacino, anzi. E probabilmente appartiene all’immaginario giovanile di Dylan ben più di Pacino che si è affermato anni dopo che Dylan era già famoso. Ma il carisma di Pacino è più vicino a quello di Brando e sono entrambi icone più riconoscibili. Non che questo possa importare a Dylan che non si sottrae di certo a citare personalità oscure o addirittura sconosciute, ma l’abbinata Brando/Pacino ha più punti in comune e rende più l’idea che voleva concretizzare Dylan di quanto non potesse esserlo l’accoppiata Brando/Muni, così lontana e distante nei suoi componenti. In fondo, non solo Pacino e Brando hanno recitato insieme ne Il padrino, ma Pacino si è poi consacrato recitando proprio un ruolo di primo piano nella saga che ne è nata.

Il verso “spare no expense” viene visto come riferimento a Jurassic Park (1993), ma mi pare un riferimento po’ tirato: la frase è generica, il riferimento labile.

Il riferimento a Marx e alla sua ascia è stato generalmente preso alla lettera come riferimento a Karl Marx – e alla forza dirompente del suo pensiero – anche per la vicinanza con un altro personaggio di spicco del periodo, Sigmund Freud. Ciò fin quando non è emerso che Harpo Marx, nel film dei fratelli Marx I cowboys del deserto (Go West, 1940) di Edward Buzzell, in una spericolata sequenza a bordo di un treno, è visto manovrare con perizia e forza distruttiva un’ascia. Che Dylan conosca i film dei fratelli Marx può essere considerato pacifico. Quindi il richiamo a Marx e alla sua ascia potrebbe essere un classico esempio dell’arguzia dylaniana nel depistaggio e nella pluralità di significati che inserisce nei suoi versi. Dato il contesto in cui è inserito il verso – e tenuto conto degli altri versi della strofa – è molto più probabile che il richiamo sia a Karl Marx, ma è altrettanto probabile che Dylan avesse in mente anche Harpo Marx e abbia giocato ironicamente su questa duplicità.

“One strike of lightning is all that I need/And a blast of electricity that runs at top speed” richiama l’immagine famosa del momento in cui nel film Frankenstein (1931) di James Whale la creatura viene portata alla vita dalla forza dei fulmini che forniscono la scintilla vitale necessaria. Non è certo l’unica scena del genere nei film dedicati a Frankenstein, ma è la prima e la più iconica.

I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You

Il verso “If I had the wings of a snow white dove” sembra richiamare un analogo verso della famosa canzone Wings of a Dove scritta da Robert B. Ferguson e portata al successo dal cantante country Ferlin Husky nel 1960. Una versione di quella canzone, cantata dall’attore Robert Duvall, è presente nella colonna sonora di Un tenero ringraziamento (Tender Mercies, 1983) di Bruce Beresford, ma è probabile che il riferimento sia alla canzone e non al film.

Black Rider

Il cavaliere nero del titolo richiama naturalmente la morte e c’è stato chi vi ha visto quindi un richiamo a Il settimo sigillo (1957), famoso film di Ingmar Bergman, dove compare la Morte come ieratico personaggio vestito di nero. Però è chiaro che si tratta di un’icona – quella del cavaliere nero – ampia, comune e anche generica. Più probabile il richiamo a figure oscure della tradizione come il personaggio che compare nella dylaniana Man In The Long Black Coat.

Crossing the Rubicon

Il riferimento al Rubicone come “red river” ha, tra le altre cose, fatto pensare all’illustre dylanologo Richard F. Thomas, autore tra le altre cose dell’ottimo Why Bob Dylan Matters (2017), al film Il fiume rosso (Red River, 1948), classico western di Howard Hawks con la carismatica coppia formata da John Wayne e Montgomery Clift. Difficile capire se Dylan intendesse citarlo, ma di certo, come lo stesso Thomas ha sottolineato, Dylan ha visto il film quand’era ragazzo.

Il verso “I’ve painted my wagon” potrebbe essere un riferimento alla commedia musicale western Paint Your Wagon del 1951, poi trasposta nell’omonimo film (in italiano, La ballata della città senza nome, 1969) di Joshua Logan interpretato da Clint Eastwood, Lee Marvin e Jean Seberg. Il film è caratterizzato da un andamento leggero, vagamente anticonformista e picaresco ed è ambientato durante la corsa all’oro. Clint Eastwood canta ed è in un ruolo piuttosto diverso da quelli che di solito interpreta. Notevole anche la prova di Lee Marvin che, piuttosto incongruamente, ebbe anche un hit con la canzone Wand’rin’ Star che, cantata con voce cavernosa, raggiunse il primo posto nella classifica britannica dei singoli.

Key West (Philosopher Pirate)

Nessuna citazione cinematografica apparente in questa canzone. Si può solo, a titolo di curiosità, richiamare un paio di opere intitolate Key West, che fanno ovviamente riferimento alla medesima località richiamata da Dylan: La chiave del mistero (Key West, 1973), un thriller televisivo di Philip Leacock con Stephen Boyd e Key West, una serie televisiva di breve durata e scarso successo ambientata appunto a Key West e interpretata, tra gli altri, da Denise Crosby. Naturalmente, nella vicina Key Largo è ambientato un classico del noir, L’isola di corallo (Key Largo, 1948) di John Huston con Humphrey Bogart, ma questa è un’altra storia.

Murder Most Foul

È il brano più ricco di riferimenti cinematografici (e di riferimenti in generale), a partire dal titolo. Murder Most Foul infatti come ben sappiamo è una citazione shakespeariana, ma non è forse inutile ricordare che si tratta anche del titolo originale di un film appartenente al ciclo della miss Marple inventata da Agatha Christie e interpretata da Margaret Rutherford: Assassinio sul palcoscenico (Murder Most Foul, 1964) di George Pollock.

“Good day to be livin’ and a good day to die” potrebbe richiamare Piccolo grande uomo (Little Big Man, 1970) di Arthur Penn, ma in realtà è una frase che, sebbene effettivamente avvicinata alla cultura dei nativi americani, per la parte in cui si riferisce al giorno buono per morire, non è certo specifica solo di quel film ed è stata più volte utilizzata prima e dopo in molteplici forme e fonti. Però è possibile che, essendo associata a quel film nell’immaginario popolare, proprio a quel film Dylan volesse fare riferimento. Esempio importante del cosiddetto cinema della nuova Hollywood, Piccolo grande uomo è un western particolare, fortemente interessato alla vita e alle sorti dei nativi americani, con uno sguardo disincantato anche sulla connessa vicenda del generale Custer. Un esempio dei più famosi tra quelli che hanno cercato di rivedere la visione che del West era stata in gran parte data dal cinema americano nel corso dei decenni.

murder most foul

“Blackface singer, whiteface clown” potrebbe nascondere un riferimento proprio a Masked and Anonymous (2003), il film scritto e interpretato da Bob Dylan e cosceneggiato e diretto da Larry Charles: Ed Harris aveva una piccola parte nella quale interpretava proprio il classico cantante bianco con la faccia dipinta di nero a imitazione (e irrisione) dei neri. Più probabile però che il richiamo al film sia incidentale e invece sia più evidente il richiamo alla figura del “blackface singer” dei minstrel show.

“Living in a nightmare on Elm Street” contiene un duplice riferimento. Il riferimento letterale ed espresso è infatti al film Nightmare (A Nightmare on Elm Street, 1984) di Wes Craven, ma non va dimenticato però che Elm Street è anche la strada in cui Kennedy è stato assassinato. Quindi qui il gioco dei riferimenti è speculare e si morde la coda perché è probabile che anche Wes Craven non abbia scelto a caso il nome della via del suo titolo. Comunque, il riferimento al film Nightmare è evidente per la sua precisione e specificità. Nightmare è un film a suo modo epocale. Non solo ha dato origine a una lunga serie che consta in tutto di sette episodi più un ibrido (Freddy vs Jason) e un remake nel 2010, oltre a un paio di serie televisive, ma ha anche generato imitazioni ed epigoni di vario genere. Freddy Krueger è un mostro che vive nei sogni o meglio negli incubi delle persone e, tramite quelli, è in grado di terrorizzare e uccidere. Facile quindi vederlo come una metafora della distorsione del sogno americano, una personificazione della sua perversione e del suo tramutarsi nell’incubo americano. E la morte di Kennedy è un potente esempio di questa trasformazione: Kennedy e la sua nuova frontiera rappresentavano la prosecuzione e la realizzazione del sogno americano, la sua morte ne ha rappresentato il viraggio in incubo. Quindi il richiamo a Freddy Krueger non è per nulla casuale.

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C’è poi un riferimento a Goodbye Charlie (in italiano Ciao, Charlie, 1964), film di Vincente Minnelli con Tony Curtis. Vivace e brillante commedia che anticipa di molto tematiche poi divenute centrali e popolari nei decenni successivi, vede un donnaiolo che, colpito ripetutamente da un marito cornificato (Walter Matthau) e creduto morto, ritorna in vita nel corpo di una avvenente bionda, con tutto quel che ne consegue in relazione soprattutto alla presa di coscienza da parte sua dell’universo femminile e del modo cui vi si approccia il genere maschile, possessivo e dominante. Naturalmente non va dimenticato che Charlie era anche il nomignolo con cui i soldati americani chiamavano i Viet Kong.

Subito dopo viene citato Via col vento (1939) di Victor Fleming, con un riferimento alla famosa frase (“Frankly, I don’t give a damn”) pronunciata da Rhett Butler nei confronti di Rossella (o Scarlett). È interessante notare che proprio quella frase fu al centro di una furibonda lotta tra il produttore Selznick e l’apposito ufficio censorio guidato con fermezza da Joe Breen a tutela del cosiddetto Production Code (il famoso Codice Hays). Nel fondamentale volume The Dame in the Kimono di Leonard J. Leff e Jerold L. Simmons (Weidenfeld and Nicolson, 1990) che esamina la censura a Hollywood, un intero capitolo è dedicato ai vari problemi suscitati da Via col vento, non ultimo dei quali proprio l’uso di quella frase che introduceva la vietatissima parola “damn”. La lotta fu titanica: alla fine Selznick ebbe la meglio e riuscì non solo a mantenere la frase come voleva, ma a causare una breccia tale da far riconsiderare la credibilità stessa dell’ufficio censorio. “Can you imagine” commentò poi Selznick “how silly Rhett would have sounded if he had said to Scarlett ‘Frankly, I don’t care’?”, come avrebbe voluto Breen. Quella frase che oggi ci sembra persino banale, allora era dirompente. Dal punto di vista storico-cinematografico è interessante ricordare come a coadiuvare Selznick nella produzione di Via col vento – e nella lotta per mantenere il “damn” – era il giovane Val Lewton che poi sarebbe diventato famoso per i suoi horror low-budget ricchi di intelligenza e di atmosfera (Il bacio della pantera, La Jena e molti altri che hanno segnato un’epoca).

“Tommy, can you hear me? I’m the Acid Queen” è un chiaro riferimento a Tommy (1969), l’opera rock degli Who, che, vale la pena ricordarlo, divenne poi, nel 1975, un famoso e significativo film nel quale rifulse il genio visionario di Ken Russell.

“I’m just a patsy like Patsy Cline” richiama alla mente, oltre naturalmente alla cantante Patsy Cline, anche il film Jerry 8 e 3/4 (The Patsy, 1964) diretto e interpretato da Jerry Lewis nei panni del “patsy” del titolo.

Riferimento importante è quello al film di Abraham Zapruder, che, anche se non è un vero film, è comunque un filmato tra i più noti e importanti del XX secolo benché duri solo una manciata di secondi. Com’è noto si tratta del filmato a 8 mm amatoriale girato da un cineamatore che si trovò al momento giusto nel posto giusto con una cinepresa in mano e riuscì a immortalare l’assassinio di John F. Kennedy. Da segnalare come il famoso scrittore di fantascienza (e non solo) J.G. Ballard abbia trattato spesso del filmato di Zapruder, in particolare nel suo fondamentale La mostra delle atrocità (The Atrocity Exhibition, 1970).

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“What’s New Pussycat” è un richiamo al famoso film Ciao, Pussycat (What’s New, Pussycat, 1965) di Clive Donner ed è quindi anche un riferimento a Woody Allen che di quel film ha scritto la sceneggiatura riservandosi anche un ruolo di attore: Woody Allen ne parla molto nella sua recente autobiografia A proposito di niente. È interessante questo richiamo perché Allen e Dylan, benché condividano l’origine ebraica e il luogo d’elezione (New York) sono sempre stati almeno apparentemente mondi lontanissimi. È anche vero che Allen non ritiene assolutamente rappresentativo di se stesso questo film e anzi ne dice peste e corna ogni volta che può, per cui il richiamo operato da Dylan può essere inteso più verso una commedia bizzarra e pop tipica di quegli anni che verso Allen in persona.

“Play it for me and for Marilyn Monroe” è un richiamo a Marilyn Monroe, diva del cinema ma soprattutto, in questo contesto, presunta amante di JFK.

“All that junk and ‘All That Jazz’” richiama alla mente il film All That Jazz (1979) di Bob Fosse, ma è anche e soprattutto il titolo di una canzone dal musical Chicago (1975).

“Birdman of Alcatraz” è il soprannome del carcerato Robert Stroud, ma potrebbe anche riferirsi al film con Burt Lancaster L’uomo di Alcatraz (Birdman of Alcatraz, 1962) di John Frankenheimer, ispirato alla sua vicenda umana.

Buster Keaton e Harold Lloyd sono richiamati come figure iconiche di un’altra America, abbondantemente perduta e riferita a un tempo antecedente alla giovinezza dello stesso Dylan. Naturalmente si tratta di due artisti che hanno lasciato tracce cinematografiche indelebili.

C’è un riferimento anche al classico Fronte del porto (On the Waterfront, 1954), famoso film di Elia Kazan: Terry Malloy è infatti il nome del personaggio interpretato in quel film da Marlon Brando.

“Play ‘It Happened One Night’ and ‘One Night of Sin’” richiama il film Accadde una notte (It Happened One Night, 1934) di Frank Capra, uno dei massimi esempi di quella che venne definita screwball comedy: un film che ha segnato un’epoca evidenziando il genio di Frank Capra e il carismatico divismo di Clark Gable e Claudette Colbert. One Night of Sin è invece una canzone di Elvis Presley meglio nota semplicemente come One Night.

“Stella by Starlight” è un brano scritto per il famoso film di fantasmi La casa sulla scogliera (The Uninvited, 1944) di Lewis Allen, e una delle versioni più note è quella interpretata da Ray Charles. La protagonista del film è la meravigliosa Gail Russell, destinata a una vita breve e travagliata: il suo personaggio si chiama infatti Stella. Il film è considerato uno dei migliori film di fantasmi mai realizzato per la sottigliezza con cui è trattata la vicenda e l’atmosfera sinistra che riesce a suscitare.

“Lonely Are the Brave” è un chiaro riferimento a un famoso western crepuscolare, Solo sotto le stelle (Lonely Are the Brave, 1962) di David Miller, interpretato da Kirk Douglas, Gena Rowlands e nientemeno che Walter Matthau.

Un riferimento che talvolta non è stato colto è quando, nell’elenco di canzoni, Dylan cita Misty e chiede di suonarla per lui. Ma “Play Misty for Me” è anche, e forse soprattutto, il titolo del film d’esordio come regista di Clint Eastwood (in italiano Brivido nella notte, 1971), un’altra icona degli anni ’60 che ha saputo durare ed evolvere nel corso degli anni sino a diventare un riverito maestro del cinema a tutti gli effetti, capace di reinventarsi e di mantenere una costante qualità accompagnandola a una incredibile prolificità che richiama, come spesso fa Dylan, il concetto di “lavoro”. Come Dylan, come Woody Allen, Eastwood è un autore che considera quello che fa come un lavoro. Dylan l’ha detto più volte a chi gli chiedeva quasi stupito perché insistesse a salire sul palco così spesso invece di fare un tour ogni tanto come fanno tutte le star del rock: è il suo lavoro, è quello che sa fare e vuole fare. Come faceva dire a Hurricane Carter: “It’s my work, he’d say/And I do it for a pay”. Per questo non ha ragione chi vede autoironia nel verso di Workingman Blues #2 che fa riferimento a chi non ha mai lavorato un giorno nella sua vita, a chi non sa nemmeno cosa sia il lavoro. Bob Dylan conosce il lavoro, pratica costantemente la sua arte come un lavoro, come il suo contributo al mondo, non vissuto attraverso pindariche elucubrazioni, ma attraverso la pratica costante. Forse questo riferimento a Eastwood è un affratellamento di approccio se non di condivisione di contenuti, dato che c’è qualcosa in comune, tematicamente, tra i due, ma anche moltissimo che li divide. E il riferimento è voluto perché è l’unico punto in cui Dylan aggiunge “for me”, in modo da formare il titolo del film.

Altri riferimenti non ne ho trovati. Ma ce ne sono, mi pare, abbastanza. Dove ci porta però questa scorribanda di date, titoli, artisti? Forse da nessuna parte. O forse ci fa entrare nell’angusta anticamera di un vasto castello di riferimenti culturali, magari fuorviante rispetto al mistero del vero significato che continua a sfuggirci. O forse ci avvicina alla Key West del nostro personale immaginario dylaniano.

Mi affascina il tuo parallelo tra Dylan e Eastwood. Mi chiedo se si possa farne uno simile tra David Lynch e Bob Dylan. Dopotutto hanno entrambi dimostrato di essere piuttosto testardi nelle loro scelte. Per quanto non convenzionali esse siano e nonostante quello che può dire la gente, se credono in qualcosa sia Lynch che Dylan vanno comunque avanti per la propria strada. 

Un aspetto che Lynch e Dylan hanno in comune è quello di agire in prevalenza contro le aspettative. Lo fanno in modo naturale, senza che sia un fatto costruito. La cosa deriva probabilmente dalla loro forte personalità e autonomia intellettuale. Molte volte Dylan ha fatto cose che nessuno si sarebbe aspettato avrebbe fatto e questo sin dall’inizio, a partire già dal famoso discorso al Tom Paine Award nel 1963 quando ha citato Lee Harvey Oswald, per arrivare alla sua particolare ricezione del Nobel. Dylan e Lynch hanno in comune il disinteresse verso calcoli opportunistici quando si tratta di perseguire le loro idee artistiche o più semplicemente di esprimere loro stessi.

 

La versione inglese dell’intervista

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Marco Zoppas

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Trevigiano di nascita e romano di adozione. Nel maggio 2016 ha pubblicato “Ballando con Mr D.” sulla figura di Bob Dylan, nel maggio 2018 “Da Omero al Rock”, e nel novembre 2019 “Twinology. Letteratura e rock nei misteri di Twin Peaks”.

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